Introduzione:
La vita segreta di Andrew O'Hagan

Un giorno lo scrittore Andrew O'Hagan si trovò a passeggiare tra le lapidi nel cimitero di Camberwell, vicino a Londra.

Era l'inverno del 2016. Il 51,9% degli inglesi aveva votato sì al referendum per la Brexit e, secondo una stima divulgata dalla compagnia, c'erano più profili falsi su Facebook che abitanti nel Regno Unito.

Sui social network si erano configurate le attuali modalità espressive, in parte mutuate dai mass-media. Così la produzione delle notizie aveva assunto la mole e i ritmi che conosciamo e, mentre l'opinione pubblica discuteva di fake news, quello stesso dibattito riproduceva le retoriche tipiche della televisione commerciale.

Tuttavia, a interessare particolarmente Andrew O'Hagan erano i meccanismi dell'auto-narrazione che ognunә di noi compie sui social network. Le distorsioni prodotte dalla continua auto-narrazione potevano assumere la forma di menzogne, giochi di ruolo, metodi d'indagine, o perfino di arte.

Si domandava:

È consono allo spirito della nostra epoca che, nei miasmi dei social media, la ‘verità’ di ciascuno possa essere sfruttata, innanzitutto da lui stesso? Il confine tra realtà e finzione è invalicabile?

O’Hagan (2017), cit. p. 97

Fu allora, mentre passeggiava tra le lapidi del cimitero di Camberwell, che Andrew O'Hagan scoprì Ronnie Pinn.

Tra le molte lapidi che portavano i nomi di bambini e ragazzi, quella di Ronald Alexander Pinn attirò l'attenzione di Andrew O'Hagan.

Quei nomi e quelle date gli avevano riportato alla mente una pratica della Metropolitan Police di Londra fino a poco tempo prima ritenuta legittima. Consisteva nel prendere da una lapide o da un registro il nome di un bambino deceduto e costruirvi intorno una "leggenda". Usando certificati di nascita originali, gli agenti si fabbricavano un'identità fittizia. Per costuire l'avatar, tanto più solido quanto più aderente alla biografia originale, facevano ricerche e in particolare visitavano i luoghi d’infanzia per introiettare costumi e atmosfere utili alla loro seconda vita.

Com’era vivere una seconda vita?
Com’era usare un’identità altrui – e questa identità aveva avuto un proprietario originale?

Questi agenti operavano, secondo O’Hagan, come dei “romanzieri infiltrati”, inserendo nella leggenda il maggior numero possibile di dettagli reali, mescolandoli alla prorpia biografia allo stesso modo di come O'Hagan aveva costruito i suoi personaggi letterari.

Potevo prendere il nome di un giovane deceduto e vedere fino a dove mi sarei potuto spingere insufflandogli una vita fittizia? Quanto sarebbe stato immorale imbarcarmi in un tale viaggio e ripetere ciò che aveva fatto la polizia?

Decisi di sciogliere il dilemma seguendo Ronald Pinn nelle dimensioni fantastiche di una vita futura che non ha mai vissuto.

O’Hagan (2017), cit. p. 101