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In principio era il floppy

Dove mi presento e ne approfitto per raccontare la Storia di come le tecnologie digitali mi hanno ri-insegnato a raccontare.

05/2019

Sono nato a Pordenone nel 1996. A casa mia si usavano ancora i floppy disk ma c’era già la connessione a internet

(Sono nato, lo dico per precisare, femmina. Ma è una storia che parla di tecnologie di un tipo diverso, quindi la racconterò altrove. )

Sono un nativo digitale, però ho iniziato a scrivere sulla carta. È stato quando avevo undici o dodici anni. Ormai si usavano CD e DVD, ed era abbastanza facile piratare i giochi del Nintendo DS. Riempivo i quaderni di racconti lunghi, lunghissimi (credo che quello della sintesi sia più un muscolo che un dono).

Avevo aperto e chiuso un paio di blog. Nel giro di qualche anno avrei capito che scrivere era quello che volevo fare nella vita.

Dopo il liceo mi sono trasferito a Milano, dove ho studiato Scienze della Comunicazione.

Mentre studiavo mi sono dedicato a tante attività diverse: la politica studentesca, il giornalismo, l’associazionismo LGBTQ+, poi radio, pittura, chitarra, la Ricerca del tempo perduto… (ah già, sono multipotenziale).

La parte migliore è stata la tesi, su un tale scrittore di nome Andrew O’Hagan che un giorno decise di riportare in vita un morto utilizzando la Rete e i social network, una specie di dottor Frankenstein dell’Internet.

È stato mentre scrivevo la tesi che ho capito che questo presente, che per tanto tempo siamo statȝ abituatȝ a chiamare futuro, ha ancora bisogno di essere raccontato.

E proprio per imparare a raccontare, mi sono iscritto al biennio di Storytelling & Performing arts alla Scuola Holden di Torino.

E tuttavia mi sono accorto presto che, mentre io ero impegnato a leggere Gadda e Curzio Malaparte, là fuori la Storia veniva twittata in 280 caratteri. Nascevano social network per sole immagini, i giornalisti sfornavano in tre minuti notizie che duravano ventiquattr’ore, e di cui spesso si leggevano solo i titoli. Gadda e Malaparte e tutti gli altri come loro erano una porta chiusa sul passato. Imparare a scrivere sembrava inutile.

Eppure…

Eppure le storie sono ovunque. In qualsiasi cosa facciamo, guardiamo, ascoltiamo, con chiunque parliamo (e pure mentre dormiamo). Ci fanno stare in attesa, ci fanno muovere, ci fanno emozionare. Sono passate attraverso i secoli, si sono appoggiate sulle tecnologie. Si sono accorciate, rarefatte, si sono riempite di emoji. Ieri erano pièce teatrali, oggi sono Reel e TikTok, domani chissà.

Questa è la mia sfida.

E allora oggi, in un modo forse un po’ presuntuoso, mi piace presentarmi così:

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