Politica

* Speed Journal

  • Lo zero waste è per i ricchi?

    Stamattina sono andatx in un negozio sfuso. Ho comprato 500ml di aceto balsamico e un deodorante da 100ml in vetro a rendere. Ho speso 19 euro.

    Lo zero waste è una pratica politica che riguarda il nostro rapporto con il consumo, con la produzione, con le nostre necessità e quelle della collettività di cui facciamo parte e, in ultima istanza, con il capitalismo.

    Per questo penso che sia non solo accettabile, ma anche eticamente e politicamente coerente boicottare i negozi che speculano sulla moda del prodotto sfuso (e di solito anche biologico). Capisco che uscire dalla grande distribuzione comporta sempre dei costi superiori, e che parte di questi costi proviene da una considerazione maggiore della sostenibilità umana e non umana. Ma se questa maggiore attenzione si traduce in una totale insostenibilità economica, allora dovremmo accettare che la soluzione dei negozi zero waste è quella sbagliata, e che probabilmente non abbiamo una soluzione di mercato da opporvi.

    Detto altrimenti, bello lo zero waste, ma se può essere solo una scelta di consumo che alcun3 si possono permettere, allora non serve a niente.


  • Software Autonomy

    Digital Justice paragona alcuni dispositivi come iPhone e Oculus a dei giardini cintati da mura. A parte il fatto che nessun giardino dovrebbe essere recintato, il problema sono i vincoli imposti all’uso delle tecnologie da parte delle aziende produttrici.

    In 60 secondi cos’è la Software Autonomy e perché è importante:


  • Riciclabile

    Aggettivo quasi del tutto privo di in significato proprio.

    È la parola magica che, apposta sul packaging, possibilmente in verde e preceduta da “100%”, rende giustificabile la produzione di qualcosa che poteva non essere prodotto. Il suo potere a lungo termine è di permetterci di non mettere in discussione le nostre abitudini e i nostri modi di consumo in virtù del fatto che qualcun altro, di maggiore peso, se ne farà carico al posto nostro. (Per vederne un altro esempio qui una relazione).

    Ovviamente si tratta di un umile tentativo di far entrare l’ambiente nel discorso pubblico, sempre che ci riesca in tempi di relativa pace ecologica. Certo è bizzarro che proprio i soggetti economici, contro il loro interesse, sollecitino la società civile a interessarsi a un problema politico.


  • Le domande difficili

    Un giorno ci siamo trovat3 a parlare dei nostri corpi politici e delle nostre esperienze più profonde. Così, con semplicità, tra un fumetto e una tisana, abbiamo scoperto che tra noi eravamo capaci di farci anche le domande più difficili tipo: hai mai pensato di tornare indietro?

    Poi il mese scorso sono successi due Trans* Talk, ne abbiamo parlato e abbiamo deciso di rifarlo. Non saranno dei talk, ma dei laboratori, che imparano dalla pratica dell’autocoscienza in uno spazio confidenziale ma non separatista, denso ma anche conviviale, dove porci collettivamente domande difficili.


  • Consumismo

    Sostantivo maschile che esiste solo nel capitalismo industriale. Ma l’aspetto più interessante è un altro.

    In un libro del 1984 intitolato Il mondo delle cose. Oggetti, valori, consumo, Mary Douglas e Baron C. Isherwood osservano che pensare al consumo secondo una prospettiva economica non dice nulla sul perché le persone consumano o iper-consumano, o sul perché al contrario risparmiano. L’oggetto di consumo, sia esso durevole come un vestito o effimero come un viaggio, andrebbe guardato con una lente sociale. Come insegna l’interazionismo simbolico, infatti, il suo significato emerge da ciò che l’oggetto è in grado di comunicare di noi all3 altr3.

    Secondo questa prospettiva, una dimensione che lasciamo fuori quando ci occupiamo di consumismo è quella degli oggetti come mezzi di comunicazione. Il consumismo, come problema di giustizia sociale e ambientale non ha una soluzione tecnica né economica, non è una questione che tocca solo l’offerta o la domanda. Senza sminuire il problema e le responsabilità, potremmo forse imparare ad approcciarci in un modo non individualizzante e non colpevolizzante, a partire da questa domanda: quando consumiamo un oggetto, che cosa abbiamo bisogno di comunicare attraverso di esso?


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