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Cosa direbbe Mark Fisher dei giardini digitali

Se c’è un filo che collega il cyber, il punk e i blog, Mark Fisher è la persona perfetta a cui chiederlo.


17/01/2023

Ripubblico questa nota a sei anni esatti dalla morte di Mark Fisher.

Nel momento in cui è stata scritta sembrava si stesse avviando un grosso movimento in direzione di una forma espressiva nuova, a metà tra i blog e i networks: i digital gardens, o giardini digitali.

Allora io scrivevo su un sito che aveva la struttura complicatissima del giardino, e in quel periodo ho compilato quella che penso sia ad oggi l’unica guida step-by-step in italiano su come creare un digital garden.

Ma quello che realmente mi interessava era la forma del giardino in sè, le profonde convinzioni filosofiche e politiche che portavano alla scelta di quella forma lì (simili a quelle che, da qualche mese a questa parte, sto incontrando tra gli utenti di Mastodon).

Forse allora non è casuale che proprio con questa nota io inauguri un nuovo sistema di date: questo floating element dell’interfaccia (se lo vedi da desktop) è, secondo la lezione dei digital gardeners, al servizio dei contenuti, e spero che mi permetterà di esplorare quel modo di produzione dei contenuti che non è una vera produzione ma uno sviluppo continuo, proprio come in noi viventi.


03/02/2021

Immagino che Mark Fisher sia stato un vero punk. Non penso solamente all’interesse per i prodotti mediali pop, all’approccio intersezionale, alle analisi sociopolitiche più o meno ortodosse, né solo alle sperimentazioni teoriche e di mezzi e linguaggi. Sto parlando di tutte queste cose insieme.

Non voglio ancora entrare nel merito, ma credo che mettersi a spulciare negli archivi di k-punk potrebbe essere un’esperienza  importante. Intanto, approfittando del fatto che la casa editrice Minimum Fax l’ha tradotto e inserito nella raccolta Il nostro desiderio è senza nome: scritti politici, vorrei soffermarmi su un post pubblicato su k-punk il 16 aprile 2005 e intitolato Why K?. È una breve lezione di vita in cui, con lo scalpello e col bisturi, Fisher racconta il senso del punk, del K- e dei blog.

“K” veniva usato come sostitutivo visceralmente preferibile al cyber in uso nel mondo californiano/Wired (dato che il termine cibernetica deriva dal greco kuber). La CCRU [Cybernetic Culture Reserch Unit] interpretava il cyberpunk non come un genere letterario (un tempo di moda), ma come una tendenza culturale distributiva, agevolata dalle nuove tecnologie. Allo stesso modo, “punk” non definisce un genere musicale particolare, ma una confluenza al di fuori di un uno spazio legittim(at)o: le fanzine erano molto più significative della musica perché consentivano e producevano una modalità completamente nuova di attività virale che distruggeva il bisogno di un controllo centralizzato.

Tanto il cyber (o kuber), quanto il punk, hanno perciò una valenza anche e forse essenzialmente politica. E d’altronde è questo orizzonte, nel quale si collocano i saggi raccolti in Realismo capitalista, che fa di Fisher un autore politico. Ma è difficile occuparsi di cultura, di società e di mondo nel Ventunesimo secolo, senza arrivare a interrogarsi sulla comunicazione, sul senso, l’uso e le possibili derive dei media ai quali ci stiamo lentamente ma piuttosto agevolmente assuefacendo. Proprio qui si colloca il desiderio attivo e agente di punk che Fisher identifica con la produzione delle fanzine: “una modalità completamente nuova di attività virale che distruggeva il bisogno di un controllo centralizzato”.

E qui si colloca anche un medium più recente: il blog. In continuità con le fanzine, al ciglio di una strada non ancora battuta, intravvediamo una confluenza al di fuori di un uno spazio legittim(at)o. La scelta di scrivere un blog, qual è K-punk appunto, è forse più significativa in sé di tanta teoria sulla società.

Perché ho aperto il blog? Perché sembrava uno spazio — l’unico spazio — in cui era possibile portare avanti il genere di discorso che era iniziato nella stampa musicale e nelle art school, ma che era quasi del tutto scomparso, con quelle che ritengo conseguenze culturali e politiche terribili. Il mio interesse per la teoria è stato quasi completamente ispirato da autori come Ian Penman e Simon Reynolds, quindi per me è sempre esistito uno stretto legame tra teoria e pop/cinema.

Ci tornerò su. Ora, io credo che Mark Fisher sia vissuto abbastanza per rendersi conto:

  1. di quello che i blog stavano diventando, e
  2. dell’ospite inquietante che li avrebbe ben presto spazzati via.

D’altronde ho trovato illuminante un pezzo di Kevin Drum del gennaio 2015 intitolato Blogging Isn’t Dead. But Old-School Blogging Is Definitely Dying. E forse, ma dico forse, solo oggi possiamo cominciare a intravvedere uno spiraglio di luce per il mondo del blogging (o perlomeno un nuovo grande desiderio di ripartireleggi questo post, è sempre attuale). Forse sono di parte, forse lo sto sovrastimando, eppure credo che il fenomeno dei digital gardens sia un segnale. Esiste un desiderio di ripartire dalle fondamenta, dalle idee, dall’architettura dello spazio che da forma alle maniere in cui lo abitiamo. La sfiducia sempre più diffusa nel “capitalismo della sorveglianza” non è arrivata per disfare un decennio di prassi digitale, ma per ricostruirne una migliore.


E quindi, per tornare alla questione iniziale: che cosa direbbe Mark Fisher dei giardini digitali?

Secondo me sarebbe cauto, ma ottimista. La cautela è doverosa nel momento in cui l’attività di “coltivare” un giardino digitale va di pari passo con la sperimentazione tecnica, per cui per costruire un ambiente come questo si rende necessaria una disponibilità di tempo, strumenti e conoscenze molto maggiore di quella richiesta da uno stato su Facebook o su Tumblr. È un’attività complicata, ha tanti pregi ma di certo non l’accessibilità. Non facciamo finta di non accorgerci che buona parte dei digital gardeners sono persone che di professione si occupano di comunicazione o di tecnologie, o di tecnologie della comunicazione (UX/UI, web dev, SEO, digital marketing, data analysis ecc.).

Come ho già raccontato altrove, uscire dal recinto concettuale dei social e dei CMS “classici” (WordPress in testa) è non solo liberatorio, ma anche incredibilmente stimolante. Eppure non posso fare a meno di pensare che, per quanto teoricamente condivisibile, una conquista come questa non sarebbe stata apprezzata fino in fondo da Mark Fisher o da uno qualsiasi dei blogger della sua “generazione digitale”. La versatilità degli strumenti e gli ostacoli tecnici che oggi noi rivendichiamo, fino a quasi gli anni Dieci erano sostanzialmente l’unico modo di fare quello che facevano.

Quindi sì, forse oggi Mark Fisher sarebbe uno di quelli che vanno in giro militando “elimina i tuoi account social”, però non l’ha mai dovuto fare. È incredibile quanto poco tempo ci è servito per inventarci una gabbia concettuale e iniziare una battaglia per distruggerla.

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