Realtà personalizzate
Si è parlato in precedenza della dinamica dell’in-group messa in luce da Riesman a proposito dei mass media: essa è riassumibile come l’inerzia esercitata sul soggetto dal gruppo di cui è parte, a fronte dei tentativi di persuasione da parte dell’ambiente esterno. Nel caso della televisione, si diceva, si concretizza nella difficoltà di persuadere un soggetto che si trova in un contesto sociale (famigliare, lavorativo…) che rifiuta l’attore televisivo o il sistema di valori che egli veicola.
Bisogna ammettere che i social media non solo hanno fatto proprio e replicano questo meccanismo, ma addirittura lo hanno amplificato enormemente rispetto ai mass media tradizionali a cui faceva riferimento Riesman. Non sono più la famiglia o il contesto sociale ad aumentare l’inerzia dell’individuo nei confronti nel nuovo: la rete possiede oggi un proprio sistema per garantire la forza dell’in-group, la cosiddetta filter bubble. In breve, l’individuo non è nella posizione di rifiutare attivamente il diverso né di confrontarsi dialetticamente con l’altro perché non ne riconosce l’esistenza o non percepisce la misura della sua importanza.
In questi anni si è dibattuto molto sull’esistenza o meno e sull’importanza della filter bubble o bolla cognitiva, ed effettivamente può sembrare un concetto vagamente cospirazionista. In realtà la creazione della bolla intorno all’individuo è un processo fisiologico che possiamo far risalire teoricamente alla sociologia classica, ma che s’irrobustisce nel momento in cui caliamo i meccanismi della socializzazione all’interno di internet e in particolare dei social network.
Già un semplice motore di ricerca come Google indicizza i contenuti sulla base della pertinenza con determinate parole chiave e quindi costituisce, in un certo senso, un primo filtro non-umano alla ricezione di notizie e informazioni. Lo stesso filtro, se vogliamo, nella sua versione umana è esercitato dalla redazione di un quotidiano che ogni giorno decide a quali notizie e a quali commenti dare spazio nell’edizione successiva.
Un passo più avanti si compie con gli algoritmi come Google Ads (e Google AdSense, Google AdMob…) che, nati con obiettivi commerciali e di marketing mirato, organizzano i contenuti in base alla pertinenza con gli interessi di ciascuno, rilevati a partire da ricerche precedenti, siti visitati, film visti, luoghi visitati, prodotti acquistati eccetera. I social network hanno ereditato queste funzionalità e le hanno integrate con la possibilità da parte dell’utente di inserire manualmente informazioni circa i suoi gusti e le sue abitudini, e di formare una comunità virtuale di “amici” che hanno verosimilmente interessi comuni.
Oggi i social network funzionano da veri e propri imbuti attraverso cui l’informazione deve passare, vagliata di volta in volta in rapporto alle preferenze del singolo utente. Ne risulta che ognuno viene quotidianamente in contatto con pezzi di realtà che sono diversi da quelli con cui vengono in contatto tutti gli altri, per così dire personalizzati. Il nostro rapporto con la realtà è una questione personale perché personale è la stessa realtà, specie per quegli utenti che hanno rinunciato a quel quadro d’insieme che ci viene offerto ancora oggi dai mass media tradizionali.
Nel 2010 l’attivista Eli Pariser, in un’intervista a Lynn Parramore, ha detto: “Dal 4 dicembre 2009, Google è stato personalizzato per tutti. Così, quando questa primavera ho chiesto a due amici di digitare “BP” [è una multinazionale petrolifera inglese] su Google, uno di loro ha ottenuto una serie di link che riguardavano le opportunità di investimento in BP. L'altro ha ottenuto informazioni sulle fuoriuscite di petrolio. Presumibilmente il risultato era basato sul tipo di ricerche che avevano fatto in precedenza. Ma se hai Google che fa questo, e Yahoo che lo fa, e Facebook che lo fa, e hai tutti i primi siti sul Web che si personalizzano per te, il tuo ambiente informativo inizia ad apparire molto diverso da quello di chiunque altro.”.
Lo scambio con gli altri che secondo gli interazionisti definisce di volta in volta il nostro Sé è ostacolato dal fatto che non tutti riceviamo le stesse notizie. L’esperienza di internet è personalizzata, le informazioni raggiungono gli utenti che potrebbero essere interessati a riceverle e non gli altri. Sui social network si fa di più: gli utenti stessi rimettono in circolo le notizie in favore di altri utenti all’interno della stessa bolla sociale omogenea dalla quale è impossibile vedere l’esterno. Non si tratta di un meccanismo studiato dall’alto e controllato da una mano invisibile: la bolla sui social network è il correlativo oggettivo della socialità, che si è trasferito in un nuovo medium anche se esso era nato per sviluppare la potenzialità opposta, ossia metterci in contatto con persone distanti geograficamente e socialmente.