Internet delle cose e interattività

Mentre sul futuro del web le opinioni sono molte e contrastanti, e vanno dall’irrobustimento del web semantico alla diffusione delle intelligente artificiali, si è sviluppato il cosiddetto IoT (Internet of Things), ovvero l’“Internet delle cose”. Alcuni autori (Lupton e altri) lo assimilano al Web 3.0, ma non c’è ancora chiarezza su questo termine. L’IoT è il mondo in cui gli oggetti “intelligenti” sono in grado di collegarsi a internet e scambiare fra loro informazioni senza l’intervento dell’uomo, di dare vita a reti interoperative con un gran numero di nodi: database, piattaforme digitali, oggetti come impianti domestici, automobili e wearable technologies tra cui lo smart watch e i Google Glass.

Scrive Lupton:

“In una prospettiva sociomediale, i modi in cui gli attori non umani interagiscono con gli attori umani sono molto importanti per comprendere la vita sociale, la soggettività e la corporeità. […]
Le persone “consumano” gli oggetti incorporandoli e addomesticandoli, portandoli dentro i loro mondi quotidiani, fondendoli coi loro corpi e con le loro identità e caricandoli di significati legati al proprio vissuto. È così che gli oggetti si trasformano in “territori del sé”.

Questo “consumo” degli oggetti è il presupposto sui cui si basa l’Internet delle cose, una frontiera alla quale ci stiamo già avvicinando a gran velocità, soprattutto dopo il recente annuncio della diffusione di una nuova tecnologia di rete di quinta generazione, il cosiddetto 5G.

L’incorporazione del materiale digitale ci porta inevitabilmente alla mente l’immagine del cyborg degli anni Novanta, che oggi è diventato più che mai una realtà. Il corpo stesso, come un oggetto, entra a far parte dell’Internet delle cose grazie a componenti che sono protesi del corpo umano, che lo monitorano e ne espandono le facoltà. Le protesi sono interiorizzate naturalmente dal soggetto, e sono tanto più invasive per l’esperienza quando più si frappongono fra esso e il mondo.

Rifacendosi al pensiero del neuroscienziato Merlin Donald, Cometa propone di considerare già i media “per quello che sono: «corpi artificiali», protesi in cui si incarnano le nostre memorie, supporti nel quali esternalizziamo le nostre conquiste culturali rivelatesi troppo ingombranti per un unico cervello e molto più efficaci adattivamente se possono funzionare anche a prescindere dal contatto con il corpo.”

Da diversi anni lo spazio non è più un luogo fisico abitato da persone e oggetti in contrapposizione a un luogo virtuale in cui si muovo solo i dati, nel quale possiamo “navigare” o che, al contrario, possiamo “scrollare”, o nel quale possiamo immergerci attraverso “ambienti simulativi”, come la realtà virtuale. Lo spazio è invece un “ambiente associato”, un ibrido, il luogo di una rete di dati che si configura intorno a noi, mettendo in connessione gli oggetti fisici “intelligenti” e incorporando il nostro stesso corpo e tutti gli altri.

Già nel 1964 Marshall McLuhan scriveva: “Oggi, dopo più di un secolo di tecnologia elettrica, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale fino a farlo diventare un abbraccio globale, abolendo limiti di spazio e tempo per quanto concerne il nostro pianeta”. Naturalmente allora questo processo di interiorizzazione della tecnologia come estensione dei sensi era appena all’inizio, e neanche oggi è del tutti compiuto. Questo tipo di tecnologie digitali non è ancora così diffuso da poterci figurare come cyborg, eppure già il passaggio dai personal computer agli smartphone è segno di uno sforzo per adattare la tecnologia digitale alla nostra postura (e insieme, per adattare i nostri corpi alla sua presenza). Lo smartphone, per esempio, è un oggetto fatto per le tasche e per le mani, da controllare con piccoli movimenti di una fluidità e di una spontaneità sempre crescenti, o addirittura con la voce. I dispositivi ora sul mercato sono sempre meno invasivi, fatti per seguirci ovunque perdendo il loro status di oggetti separati da noi, basti pensare allo smart watch o ai piccolissimi auricolari senza filo AirPods di Apple. L’integrazione è poi ancora maggiore in quanto il nostro stesso corpo, quantificato e digitalizzato entra nei nostri dispositivi attraverso strumenti di automonitoraggio biometrico come contapassi, contacalorie, misuratori della frequenza cardiaca, della qualità del sonno ecc.