L’animale che racconta storie
La maniera attraverso cui gli individui presentano se stessi nella rete e fuori segue uno sviluppo, come suggerito da Erving Goffman con la metafora drammaturgica, essenzialmente narrativo.
Un punto sul quale c’è perlopiù accordo è che, con le parole di Jonathan Gottschall, “L’attitudine narrativa della mente è un essenziale adattamento evoluzionistico, che ci consente di esperire la nostra vita come qualcosa di coerente, ordinato e dotato di senso, e non come un caos travolgente”.
Infatti, scrive Anthony Rudd:
“una narrazione non è qualcosa che racconto retrospettivamente, è qualcosa che io vado agendo (acting out) mentre vivo la mia vita. […] io sono cosciente di me stesso (anche se solo implicitamente) poiché agisco in una determinata maniera per ottenere certi risultati che voglio perché rientrano nei miei piani e nelle mie ambizioni. Di conseguenza l’Io, il mondo intorno a me e le altre persone con cui interagisco hanno un senso per me, in quanto io posso collocarli (e implicitamente lo faccio) in una narrazione."
È dunque il nostro comportamento è determinato dalla narrazione (il frame, direbbero altri sociologi) di cui io stesso sono il protagonista e che mi permette di attribuire un senso ai fatti e alle cose che mi circondano.
L’ipotesi di Cometa è che lo sviluppo di un senso narrativo possa addirittura precedere evoluzionisticamente l’avvento del linguaggio, e quindi anche di quelle attività ordinatrici per eccellenza quali il mito. La narratività, intesa essa stessa come attività ordinatrice legata allo svolgimento di un’azione nel tempo, sarebbe già presente in quella chaîne opératoire (concatenazione di operazioni) che ha permesso la creazione di manufatti fin dalle fasi prelinguistiche della storia dell’Homo sapiens. E tuttavia Cometa fa notare anche che anche se il linguaggio non è necessario all’apprendimento della tecnica per produrre questi oggetti, di certo è necessario allo sviluppo di una consapevolezza tecnologica.
Una interessante riflessione sul ruolo della narrazione mitica nella costruzione del Sé la troviamo in un primo articolo del 1959 di Jerome Bruner, autore che ha dato un importante contributo alla teoria del cosiddetto Sé narrativo. In Myth and Identity, Bruner propone la forma del mito come una esternalizzazione delle attività interiori dell’uomo nella società, allo stesso modo in cui sono i sogni per il singolo cioè una “traduzione in immagini e simboli, dove una situazione critica interiore è convertita in una trama narrativa (story plot).” Allo stesso tempo il mito funziona anche da immagine che ha un significato pedagogico nello stabilire i ruoli e le situazioni sociali e che quindi contribuisce a formare l’identità del singolo (Campbell parla a questo proposito di “mytologically instructed community”), infatti “gli atti narrativi diretti a creare il Sé sono tipicamente guidati da modelli culturali taciti e impliciti di ciò che esso dovrebbe essere e naturalmente di ciò che non deve essere”. Bruner riassume dicendo che “la vita crea i miti e infine li imita”, e tuttavia nota che nella società sua contemporanea si è andata perdendo gran parte della mitologia, e ipotizza una fase di re-internalizzazione che intercorre tra la morte di una mitologia e la nascita di quella che la sostituirà, una fase che può spingersi fino a un vero e proprio cult de moi, dell’individualità “creativa” del singolo, e di cui Bruner intravede la fine con la diffusione del romanzo come medium di massa.
Diversi anni più tardi, sempre a proposito della teoria del Sé narrativo, Bruner individua una corrispondenza tra gli indicatori che ci permettono di riconoscere un Sé nelle persone che ci circondano (agency, commitment, resourse, social reference ecc.) e quelli che sono generalmente chiamati “costituenti” di una narrazione compiuta (soggetto, azione, obiettivo, ambientazione ecc.). É quindi plausibile che quello che riconosciamo come self (nostro o altrui) sia ciò che possiamo convertire in qualche tipo di narrazione (così come lo riassumerà Rudd).