Convivere con i fatti alternativi

Alcune di queste storie, quelle capaci di rispondere a bisogni del singolo o della collettività, riescono a diffondersi a macchia d’olio sopravvivendo ai tempi inumani della fruizione digitale, vengono corroborate da un insieme di altre storie e finiscono per trasformarsi in leggende, creando convinzioni difficili da smentire. Le leggende, antiche e moderne, sono secondo Andrea Fontana quelle credenze collettive e radicate, a ben vedere non molto diverse dai miti di fondazione che nacquero insieme alle prime comunità di sapiens. “Le leggende, quando diventano rappresentazioni sociali, definiscono il realismo locale di un individuo o di una comunità, non solo le sue regole di condotta ma il suo reale, anche se assurdo, improvabile, ridicolo o tragico.” Ciò a cui Fonata fa riferimento sono i cosiddetti “fatti alternativi”, consacrati con l’inaugurazione della presidenza Trump negli Stati Uniti, si tratta di un fenomeno oggi riconosciuto da molti sociologi e studiosi della comunicazione. Christian Salmon sembra ritenere che i fatti alternativi siano diretta conseguenza della “proliferazione inquietante” dello storytelling non più solo nelle imprese, ma in tutte le attività umane come l’istruzione, il giornalismo, l’esercito ecc. Come lui anche Andrea Fontana, il quale spiega che si tratta di una conseguenza della naturale tendenza umana alla narrazione a alla costruzione di verità parziali proprie di un individuo o di una comunità. In quest’ottica, l’avvento del digitale e del Web 2.0 avrebbero semplicemente portato alle estreme conseguenze un processo iniziato con i primi gruppi umani, creando una comunità potenzialmente globale, e che quindi condivide un sistema di valori uniforme e non più localmente connotato, all’interno del quale però è avvenuta una frammentazione e finanche un’atomizzazione dei gruppi, che si sono ridotti al singolo autore-fruitore nei social network (fruitore che, come si è detto in precedenza, fruisce una realtà personalizzata).

Fino a non molti anni fa il vivere in una realtà personale era interpretato dalla società come segno di squilibrio mentale. Due esempi di ciò sono riportati da Gottschall e Fontana: il primo, ne L’istinto di narrare, racconta il caso di James Tilly Matthews che nel 1796 si convinse che una banda di malfattori dall’aspetto vagamente caricaturale stesse portando avanti un complotto segreto con l’obiettivo di prendere il controllo del Primo Ministro inglese. Per fare ciò gli stravaganti individui si sarebbero serviti di una macchina chiamata “telaio ad aria” posizionata nei sotterranei dell’ospedale psichiatrico di Bethlem a Londra. Dice Gottschall: “Quando Matthews aveva circa trent’anni, il suo cervello decise, autonomamente, di creare un’intricata finzione narrativa, e Matthews trascorse il resto della vita dentro a quella storia” – e annota: “Verrebbe la tentazione di cercare delle analogie fra la creatività dello schizofrenico delirante e quella dell’artista”.

Dall’altra parte Fontana racconta il caso del noto pittore Oreste Ferdinando Nannetti (in arte NOF4) il quale visse una vita misera, perlopiù in diversi ospedali psichiatrici. D’altro canto, come nel caso di Ronnie Pinn, esiste una seconda storia che non può non essere presa in considerazione, “la sua vera storia: immaginifica; la sua vera realtà: alternativa” scrive Fontana. NOF4 vanta una produzione di più di 1600 scritti e disegni su carta – incluse diverse cartoline mai spedite, indirizzate a parenti immaginari – oltre a un gigantesco “libro graffito” lungo circa 180 metri, realizzato sul muro del reparto psichiatrico incidendo l’intonaco con la fibbia del panciotto. Scrive Fontana: “In questa dimensione, Oreste aveva costruito uno storiverso, in cui poter essere non Oreste, ma un «astronautico ingegnere» che scava «minerario nel sistema mentale», un «santo della cellula fotoelettrica».” Nel suo storiverso si presentava con altri nomi come NOF4 che significa “Nannetti Oreste Ferdinando” ma anche “Nucleare Orientale Francese”, oppure “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il “4” era il numero di matricola assegnatogli all’inizio dell’internamento.

“Certo lo storiverso di Oreste poteva essere pericoloso e patologico. Ma il lavoro “minerario” di NOF4 assomiglia molto al nostro stare nel content continuum contemporaneo. Da una parte la nostra povertà individuale fatta delle tante piccole cose quotidiane, della nostra voglia di fuggire, del nostro desiderio di altrove, dall’altra queste stesse cose trasformate in “graffiti” (reali e virtuali) che esaltano la nostra esistenza. Anche noi abbiamo la nostra “chiave mineraria” per combattere la nostra solitudine e accedere a una realtà alternativa a cavallo tra disagio e visione insondata.
Tutti i giorni nella on-life cerchiamo di lasciare traccia di noi e del nostro passaggio nel mondo inventando nuove realtà e scrivendo paesaggi alternativi di noi stessi e degli altri, per viaggiare […] con la mente, spesso scappando dall’alienazione e dalla paranoia.”

Quello che Fontana intende è che la continua post-produzione delle immagini e dei fatti biografici di ognuno ci ha portato a sviluppare una soglia di tolleranza molto più alta nel far rientrare comportamenti in tutto simili a questi all’interno della cosiddetta “normalità”.

Questi fenomeni sono le conseguenze su vasta scala di quello che nel capitolo II abbiamo chiamato “realtà personalizzate”.