Conclusioni

“Tutte le storie hanno inizio dalla nostra fine: le inventiamo perché siamo mortali. E da quando abbiamo preso a raccontarle, il loro tema è sempre stato il desiderio di emanciparci dal corpo, diventando qualcosa di diverso dagli animali che siamo.”

La vita segreta. Tre storie vere dell’era digitale, di cui L’invenzione di Ronnie Pinn fa parte, è unanimemente riconosciuta come un’opera di non-fiction narrativa. La stessa definizione di non-fiction narrativa (così come l’autobiografia, il reportage narrativo, il memoir, il biopic eccetera) avrebbero dovuto da tempo farci aprire gli occhi sulla lenta ibridazione tra realtà e finzione che ha preso piede nel mondo della letteratura. Perché questa tendenza si trasferisse dalla letteratura alla vita è occorso un nuovo mezzo che, in parte senza la dovuta consapevolezza, ci ha dato la possibilità di mutare in arte la vita stessa. Allora tale mezzo, forse rispondendo a un bisogno precedente, ha cominciato a popolare la nostra quotidianità fino a diventare un carattere peculiare, forse il più visibile, di questo inizio di secolo.

Se le tecnologie digitali scompariranno presto, come si è ipotizzato più volte al momento della loro nascita, non è prevedibile. Personalmente, mi trovo d’accordo con molti autori i quali ritengono che, se le rete avessero dovuto scomparire, ciò sarebbe avvenuto ben prima di provocare un cambiamento antropologico delle dimensioni e della portata di quello che si sta verificando al momento presente. Questa mutazione coinvolge molte delle categorie che hanno definito l’umanità fino a oggi (l’economia, la società, il lavoro, l’identità, il linguaggio, la politica, l’arte…).

Il momento presente potrebbe essere inserito in quel passaggio che Jerome Bruner identifica nella fase di re-internalizzaizone che segue alla perdita di una mitologia (intesa come funzione ordinatrice dell’esistenza) e precede la nascita di una nuova mitologia. Al momento in cui Bruner scriveva era plausibile individuare la “nuova mitologia” nella diffusione del romanzo come genere essenzialmente democratico e capace di restituire una complessità. Al giorno d’oggi, alla luce della crisi del romanzo e dello spostamento della fiction verso altri media, possiamo individuare lo stesso culto dell’individualità descritto allora da Bruner.

In questa situazione di non-più e al tempo stesso non-ancora ci troviamo immersi nell’esaltazione del caos delle mitologie individuali a scapito della collettività, in una tempesta di storie né vere né false ma che non sono in nessun rapporto con la realtà.

Siamo partiti dunque da una narrazione della realtà, cioè l’esperimento condotto da Andrew O’Hagan sull’invenzione di Ronnie Pinn, per arrivare a parlare della realtà come narrazione. Non più un narrazione “mitologica” e condivisa, ma una moltitudine di narrazioni individuali ed equivalenti che si rinnovano rapidamente e si rimpiazzano senza lasciare traccia, eppure vivono in una dimensione di eternità paragonabile delle precedenti mitologie dell’umanità.