Definizione e ridefinizione del Sé

È necessario a questo punto fare qualche passo indietro per chiarire il concetto di costruzione del Sé come è stato spiegato dalla sociologia a partire dalla metà del Novecento. Di seguito emergeranno alcuni dei principali cortocircuiti provocati dal confrontarsi di queste teorie con la diffusione dei nuovi media digitali.

Interazionismo simbolico e prospettiva drammaturgica

L’idea di un Sé influenzato dalla relazione con gli altri nasce nei primi anni del Novecento in concomitanza con la teoria interazionista di George Herbert Mead e Charles Horton Cooley. La socializzazione per Mead non è un processo limitato alla fase infantile; il Sé, al contrario, compie trasformazioni mentre interagisce con gli altri attraverso un processo di auto percezione riflessiva, esso è un ente in continua transizione. Il metodo adottato dall’interazionismo simbolico nello studio del comportamento, non si concentra quindi sulle azioni o sulla consapevolezza individuali, né su una nozione astratta di società, ma sulle esperienze condivise degli individui, sulle loro interazioni.

Nel concreto, l’interazionismo simbolico ha contribuito a creare una teoria del Sé e a descrivere un particolare processo, detto etichettamento (Becker). Questo consiste nella costante rinegoziazione del Sé da parte di un individuo, in funzione della sua percezione di quello che gli altri pensano di lui, “interiorizzando i simboli e le espressioni del gruppo e arrivando a vedere se stesso, a tutti gli effetti, come ritiene che gli altri lo vedano.” Questo processo produce, nei confronti del Sé, una sorta di “profezia che si autoavvera”, che è stata al centro di molti studi sulle situazioni di devianza, ad esempio su come l’uso dell’etichetta “delinquente” a lungo andare possa effettivamente avere un riscontro sul piano comportamentale.

La natura fluida e sociale del Sè è ripresa da Erving Goffman, che la inserisce nella cosiddetta “prospettiva drammaturgica”, concentrandosi sulle strategie attraverso cui il Sé viene presentato e mantenuto. Ne La vita quotidiana come rappresentazione, Goffman illustra la metafora della società come teatro, e del Sé come rappresentazione.

“Una «rappresentazione» può essere definita come tutta quell’attività svolta da un partecipante in una determinata occasione e volta in qualche modo a influenzare uno qualsiasi degli altri partecipanti. […] Quando un individuo o un attore interpreta, in occasioni diverse, la stessa parte [o «routine»] di fronte allo stesso pubblico, è probabile che ne sorga un rapporto sociale.”

Il altre parole: “il self non è inerente alla persona, ma emerge da una situazione sociale”, così come il senso dell’azione non scaturisce dagli stati interni della persona, ma dalle situazioni che circondano l’azione stessa e permettono di attribuirle un senso nel contesto.

Per quanto riguarda il mantenimento del proprio Sé, Goffman va a ricercarne i casi limite all’interno delle cosiddette istituzioni totali, ossia “il luogo di residenza e lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato”. Carceri, conventi, caserme e ospedali psichiatrici sono ambienti finalizzati a modificare o addirittura neutralizzare il Sé, ed è proprio con questi luoghi, in particolare l’ospedale psichiatrico, che Goffman familiarizza per superare la repulsione ed entrare in un’ottica sociologica priva di giudizio.

Ricollegandosi alla teoria dell’etichettamento, Goffman ci dice che anche la percezione di “perdere il senno” è legata a stereotipi culturali e sociali, che attribuiscono importanza a sintomi (udire voci, perdere l’orientamento spazio-temporale, avere la sensazione di essere inseguiti) che possono corrispondere invece a un temporaneo sconvolgimento emotivo in un situazione stressante.

“Analogamente, l’ansia scatenata da questa percezione di sé e le strategie adottate per ridurla, non sono di per sé anormali, ma corrispondono esattamente a quelle che manifesterebbe chiunque appartenesse alla nostra cultura ed avvertisse di essere sul punto di perdere il senno. […]
Per colui il quale sia giunto a considerarsi – in modo più o meno giustificato – come mentalmente squilibrato, l’entrata in ospedale psichiatrico può talvolta portare sollievo, forse, in parte, a causa della rapida trasformazione del suo status sociale: invece di essere, ai propri occhi, una persona discutibile che tenta di conservare il ruolo di persona integra, diventa una persona ufficialmente discussa ma che, ai propri occhi, non lo è poi tanto.”

Ecco che gli internati, una volta iniziato l’adattamento, sviluppano meccanismi per difendersi dalla violenza perpetrata dall’istituzione totale nei confronti del Sé.

“Il nuovo degente si trova completamente spogliato di ogni convinzione, soddisfazione e difesa abituali, soggetto com’è a una serie di esperienze mortificanti: impossibilitato a muoversi liberamente se non entro i limiti consentiti; costretto ad una vita in comune; sottomesso all’autorità di un’intera squadra di comandanti. È qui che si incomincia ad apprendere quanto sia limitata l’estensione entro la quale può essere mantenuto il concetto di sé, qualora l’insieme di sostegni abituale venga improvvisamente a mancare”.

In seguito:

“La carriera morale di un individuo di una data categoria sociale implica un susseguirsi standardizzato di mutamenti nel modo di giudicarsi illudendo – in maniera significativa – il modo di concepire il proprio sé. […]
Nel ciclo normale di socializzazione seguito dall’adulto, ci si aspetta che dopo l’alienazione e la mortificazione, segua un nuovo insieme di credenze riguardo al mondo ed un nuovo modo di concepire se stessi.”

Il Sé si manifesta quindi in stretta relazione con l’ambiente, che non è solo il luogo fisico, ma l’intera situazione, l’insieme di regole e abitudini, e le relazioni che intercorrono tra un individuo e tutti gli altri. Da questo ambiente emergono il ruolo che il soggetto è chiamato a interpretare e le tecniche che mette in atto per mantenere agli occhi degli altri la sua definizione della situazione.

Tornando alla metafora drammaturgica, in un contesto normale, cioè al di fuori delle istituzioni totali, i diversi palchi di cui è fatta la vita sociale consentono all’individuo di assumere diversi ruoli. Ciascuno interpreta una moltitudine di parti, e ogni singola performance deve essere credibile agli occhi del pubblico, che quindi ha compreso lo scenario e ha appurato la coerenza dell’attore con la situazione e con se stesso, ricorrendo anche alle impressioni involontariamente lasciate trasparire.

Il fatto che tutti stiano sempre recitando è stato letto da alcuni autori come l’impossibilità di conoscere il vero Sé, da Goffman sembra invece emergere una diversa idea di persona. L’individuo sarebbe l’insieme di tutte le maschere pirandelliane che indossa nella sua vita quotidiana, fatte in modo che al di sotto di ogni maschera se ne trovi un’altra, poi un’altra, e così via.