L’individuo nella rete
Il concetto di “rete” o network society non è del tutto nuovo alla sociologia. A cavallo tra Ottocento e Novecento il sociologo Georg Simmel, nella sua teoria della “socievolezza” a cui si sono in seguito ispirati gli interazionisti, ha messo in luce la struttura reticolare delle relazioni sociali. Ogni soggetto per Simmel è definito dal complesso delle relazioni in cui è inserito, emerge quindi il valore intrinseco dello scambio, tanto in campo economico quanto in campo sociale.
La principale caratteristica attribuita alla società contemporanea è appunto quella di essere una network society, idea che comprende ma non si risolve nello sviluppo delle reti informatiche, cioè l’elemento concreto, l’infrastruttura che sostiene questa logica. La rete è “un modello di organizzazione [della società] tendenzialmente orizzontale, flessibile, in grado di adattarsi rapidamente alle mutate condizioni ambientali, all’interno del quale viaggiano flussi economici, simbolici, relazionali, di potere, eccetera.”
La formazione della rete è il frutto di tre classi di processi, rispettivamente di natura tecnologica, economica e sociale/culturale.
“Oltre che nella diffusione materiale di computer sempre più potenti, piccoli ed economici, le origini della network society si trovano altresì in una serie di grandi mutamenti geo-politici avvenuti nella seconda metà del Novecento (le crisi economiche del capitalismo e il collasso dei paesi socialisti) e infine nel contestuale emergere di movimenti sociali e culturali (femminismo, ambientalismo, diritti umani e successivamente movimenti di opposizione agli effetti perversi della globalizzazione).”
Manuel Castells identifica cinque caratteristiche che esprimono il nuovo paradigma della società in rete, ossia:
- l’informazione come materia prima e risorsa centrale della società (da cui il suo valore economico);
- la pervasività delle nuove tecnologie nell’esistenza individuale e collettiva della popolazione;
- la nuova logica organizzativa a rete che si presenta come la più adatta al funzionamento di sistemi complessi;
- la flessibilità nella riconfigurazione dei sistemi al mutare delle condizioni ambientali;
- la convergenza delle diverse tecnologie verso una sempre maggiore integrazione del sistema, che permette così una lenta dissoluzione dei tradizionali confini tra ambiti e discipline diverse.
Negli anni Novanta, una prima riflessione scientifica sull’impatto di internet si è polarizzata verso due estremi: uno distopico, accomunato dal timore che l’intermediazione di un mezzo digitale avrebbe portato a un deterioramento delle relazioni umane; l’altro utopico, di una rete vista come strumento di uguaglianza, che consente agli individui di liberarsi della tirannia del corpo, dell’etnia e del genere (per esempio Un manifesto per cyborg di Donna Haraway, di cui si parlerà nel prossimo capitolo). Di quest’opinione è Sherry Turkle, che descrive la rete come un ambiente terapeutico, in cui le persone possono vivere molte vite indossando una maschera sempre diversa. Secondo la sociologa, gli ambienti online si configurano come moratorie psicosociali, cioè spazi di sperimentazione in cui è permesso agli individui esprimersi liberamente senza timore di ricadute negative sulla propria identità futura. Inoltre la narrazione del proprio personaggio online consente di acquisire maggiore consapevolezza di sé, e per questo è molto importante in momenti della vita come l’adolescenza caratterizzati da una maturazione che si appoggia su una costante autoriflessione.
Un esempio di questo è creazione di identità multiple composte da un insieme di ruoli che si integrano (i cosiddetti profili fantasma a cui faceva riferimento Andrew O’Hagan ne L’invenzione di Ronnie Pinn). In ognuna di queste identità, secondo Turkle, la persona è libera di sperimentare e far emergere aspetti di sé che corrono sotto la superficie.
L’autorappresentazione, inoltre, ha ricadute sul modo in cui il corpo è usato, in quanto gli apprezzamenti di amici o follower a immagini o informazioni legate al proprio corpo, possono indurre gli utenti a continuare a performare la propria corporeità nella direzione che si è scelto di divulgare. Perfino gli avatar mantengono un rapporto di corrispondenza con la persona reale in alcuni aspetti quali il genere e l’etnia.
Un altro dei principali risvolti di questo comportamento è la creazione di comunità virtuali, che giocano un ruolo importantissimo nella definizione dell’identità del singolo. Lo psicologo della comunicazione Giuseppe Riva ci spiega che:
“l’appartenere a una rete sociale produce una forte dialettica tra l’identità personale e sociale. Infatti, l’esperienza sociale è mediata da tre fattori:
- una componente cognitiva: la consapevolezza di appartenere a un gruppo;
- una componente valutativa: la percezione del valore del gruppo;
- una componente emotiva: le emozioni generate dall’appartenere al gruppo.
A questo proposito, Bion ha evidenziato come all’interno delle reti sociali sperimentino due tipi di attività e di stati mentali distinti. Il primo, di tipo razionale, è collegato al raggiungimento di obiettivi concreti e si manifesta attraverso la cooperazione volontaria in vista di un risultato. Il secondo, di tipo inconsapevole, include stati emotivi molto regressivi attraverso i quali i soggetti perdono parte della propria identità e acquistano il sentimento di appartenenza al gruppo.”
Esiste dunque un rapporto circolare molto stretto tra la dimensione online e quella offline, laddove l’identità online implica l’incorporazione di tratti che rimandano alla vita offline; al contempo, creando la propria auto-rappresentazione digitale, gli individui rielaborano aspetti del proprio sé che possono influenzare anche la quotidianità offline.