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Ginecologia

🕒 5 minuti di lettura

La verità è che lo speculum riguarda la politica, non la medicina. Tanto più che, per sua stessa ammissione, la medicina non vuole aver niente a che fare con la politica.

Senza averne mai visto uno, lo speculum mi evoca l’idea di assemblee partecipate da giovani donne di ogni estrazione, alcune con ampie gonnellone ricamate, altre alla moda delle studentesse universitarie, che leggono Audrey Lorde e Silvia Federici, e si incontrano il giovedì sera negli spazi comunitari tappezzati di locandine con fiori e altri clitoridi litografati. Mi evoca un senso di madri e zie che, insieme tra loro e con lo speculum si ritrovavano a produrre saperi e a concepire noi femministe del domani.

Proprio per questo suo ruolo di padre politico, mai mi sarei atteso di avere poi a che fare con uno speculum vero e proprio, in carne ed ossa per così dire, e nella fattispecie uno speculum giallo. Come ho detto, io non l’ho visto, ma la dottoressa era molto convinta che dovesse trattarsi proprio di quello giallo, mentre dava istruzioni a un’infermiera di mezz’età molto perplessa.

Nella sala d’aspetto ci sono solo coppie: la maggior parte sono formate da un uomo e una donna di età simile e simile stile; altre sono chiaramente madre e figlia. Le donne sotto i cinquanta sono in larga maggioranza incinte. Tutte hanno con sé una spessa cartella clinica color verdino col logo della Regione Piemonte e un’orribile disegnetto che vorrebbe essere la curva stilizzata di un pancione. Alcune ci guardano, ma sono più che altro i papà a mandarci occhiate curiose. È per via del passing, ci sta, sembriamo due uomini in una sala d’attesa di ginecologia.

Poi è la volta delle donne (queste sì, tutte donne, per quel che ne posso sapere io), sedute in attesa fuori dall’ambulatorio. Il fatto non è tanto che siano donne (sempre da quel che ne so), quanto che l’infermiera mi costringe a dichiarare il mio nome e cognome a voce alta un paio di volte prima di capire che no, non c’è l’errore, sono la stessa persona per cui è prenotato, la stessa che deve fare la visita ginecologica, e lo so che ho la barba, mi pare evidente, ma questo non esclude che possa avere anche il cancro alle ovaie o che ne so.

Passata anche la seconda sala d’attesa c’è l’ambulatorio, dove la dottoressa mi fa delle domande.

Leggo tra le righe: «Come mai è qui?»

«Perché ho l’utero direi.»

Ma forse me lo sto immaginando io, allora le dico che devo fare il pap test, e che mi fa male avere rapporti penetrativi. Non le dico che non mi importa granché, perché è da quando sono entrato in ambulatorio che penso magari questa volta scopro come mai, e adesso sono curioso.

Invece mi risponde. «È normale, con il testosterone, provare un po’ di secchezza vaginale. Le scrivo il nome di alcuni lubrificanti che può provare.»

Ma io ho detto dolore, non secchezza e sono due cose ben diverse. Sto per dire che non è per niente quello il problema, ma poi mi dico dai stai zitto questa volta, perché la dottoressa mi sembra gentile e anche perché ho paura che mi renda la visita il più dolorosa possibile per vendicarsi, per riaffermare chi ha bisogno di chi.

Intanto l’infermiera non ha smesso un attimo di fissarmi. Mi spoglio e mi fissa, mi siedo e mi fissa. Si volta solo un momento quando la dottoressa le chiede di andare a prendere lo speculum giallo, quello piccolo. Poi torna e mi fissa ancora.

Me ne sto lì con il cazzo per aria e l’infermiera cinquantenne che mi fissa, e dentro di me penso, d’accordo che è il più grosso che sia mai entrato in questo ambulatorio, ma non mi sembra cortese. La parte peggiore comunque è farsi grattare via un pezzo di parete dell’utero, cosa che sarà anche necessaria, ma dopo più di trecento anni di scienza non capisco com’è che non abbiamo trovato un altro modo. Ci sono delle scoperte che ha senso fare, e altre che non ne vale la pena. In fondo, a pensarci, solo metà della popolazione ha un utero, e di questa importa solo quella di età compresa tra i venti e i trentacinque o quarant’anni, e comunque anche di queste non si può dire veramente che abbiano un utero, più che altro lo portano in giro come servizio per la collettività. Che poi non è un problema di per sé, certo che procreare è anche un servizio alla collettività, come consegnare la posta (non a caso si dice to deliver). Solo che è proprio un po’ come fare la postina: quando lo fai è importante socialmente, ma non è che lo devono fare tutte. Se non ti va farai qualcos’altro.

Prendi me: ho un utero e ho ventotto anni, perfettamente in tempo. Solo che non sono portato. E poi penso che se diventassi incinto mi chiamerebbero da Canale Cinque.

«Il suo utero è minuscolo,» dice la dottoressa, che una volta finito di grattare e riposto lo speculum giallo, è passata all’ecografia. Poi si sposta. «Anche le ovaie.»

Non so cosa dire. Grazie? Mi spiace? Guardi che se dice così le offende? Io sono ancora senza mutande e l’infermiera ancora che mi fissa. Chissà, forse in un’altra vita il mio utero avrebbe avuto una possibilità di essere importante anche lui, almeno una volta, pure senza andare a Canale Cinque.

Una volta finito e rivestito la dottoressa gentile mi dà la cartella. Per il referto del pap test deve tornare, mi dice, venga con me. Usciamo dall’ambulatorio e andiamo in un altro reparto, in una palazzina diversa dell’ospedale. La dottoressa entra in una stanza e ci chiede di aspettare fuori. Quando torna e mi fa entrare trovo un’altra infermiera, più vecchia della prima.

«Per ritirare il referto deve venire qui tra un mese,» dice, «chieda pure di me, tanto mi ricordo di lei.»

Grazie?

«Buona giornata,» e ce ne andiamo.

Mi spiace perché l’unica cosa utile, a livello politico intendo, era vedere dal vivo uno speculum, e invece niente. Me ne torno a casa con un paio di marche di lubrificante e la consapevolezza di avere un utero minuscolo. Fuori dall’ospedale è una bella giornata.

Ema pensa: ma che cazzo di umore hai oggi? ma non osa chiedermelo. Poi ricominciamo a parlare di politica.

***

> Pubblicato in Ogni riferimento. Essay e storie vere

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