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Journal

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I taccuini dove scrivo di tutto per non dimenticarmelo…

  • Chiamata a raccolta trans*

    Oltre ai due discorsi, al Pride di quest’anno ho portato anche un progetto, quello di una rete fatta di persone trans* e gender non-conforming, per le persone trans* e gender non-conforming.

    Questo progetto sta nascendo e tantissime persone ci stanno aiutando a diffonderlo. Ci vedremo sabato 22 giugno alle 16:00 a Torino per la prima assemblea.

    L’obiettivo è aprire uno o più tavoli di lavoro per rendere accessibili le informazioni di cui disponiamo e raccoglierne altre, per mappare i servizi presenti sui territori di Torino e provincia, per fare rete con le altre realtà in funzione di una buona formazione sulle tematiche trans* e un comune impegno contro l’isolamento che spesso le persone trans* esperiscono quando si approcciano ai servizi senza il supporto di amic3 e familiari.

    Scarica la locandina >


  • Scrivere un racconto Solarpunk

    Un punto preliminare: Cos’è il Solarpunk?

    Se lo sai, passiamo alla questione della scrittura. Non entrerò nel merito del perché scriverlo – se ti interessa ci sono alcuni spunti sul valore della speculazione nell’articolo di giardino punk dedicato a Quattro modelli di futuro.

    Per quanto riguarda il come scriverlo, quello che sto imparando con la pratica è che non è sufficiente un racconto immaginifico e armonico per fare un discreto solarpunk. Il conflitto, come in ogni altra storia, emerge dal contesto che stiamo raccontando, e per questo la comprensione dei mondi che creiamo deve andare oltre la visione utopica e addentrarsi nei meccanismi, nelle genealogie e nelle contraddizioni di quel mondo.

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  • Calypso

    Di Sedaris mi piace il modo in cui tira fuori l’umanità dell3 altr3; in ogni situazione smonta i ruoli e le costringe a essere persone anche contro la loro volontà. Lo fa con le domande dirette, e all’apparenza bizzarre, come quando a una commessa chiede del suo primo fidanzato, e in generale l’atteggiamento è quello di una invasione della sfera privata che contraddice sistematicamente i cosiddetti rituali di deferenza (per come la intende Goffman).

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    Ciò detto, Calypso è un romanzo autobiografico, e in quanto tale non so quanto possiamo fidarci della sua auto-descrizione e della descrizione che restituisce della sua famiglia. In effetti, forse una critica si potrebbe fare alla spettacolarità delle situazioni che crea. Senz’altro quando affronti la vita con sorpresa finisci spesso e volentieri per trovarti in situazioni davvero sorprendenti. Ma quando esageri c’è l’effetto macchietta che è sempre lì dietro l’angolo.

    C’è comunque il modo in cui Sedaris usa le storie e gli aneddoti non per costruire i ruoli ma per distruggerli, e questa è una bella pratica da tenere a mente.


  • Manuskript e metodo Snowflake

    Sto sperimentando un tool di scrittura molto utile e assolutamente open source. Si chiama Manuskript e, in pochissime parole, è un programma per la scrittura che, grazie ad alcune funzioni incorporate, facilita il metodo “a fiocco di neve”.

    Il metodo Snowflake è stato creato da Randy Ingermanson ispirandosi al metodo con cui si progettano i software. In questo articolo scrive:

    si inizia in piccolo, poi si costruisce qualcosa fino a quando non ha l’aspetto di una storia. Una parte è lavoro creativo e non posso insegnarti come farlo. Non qui, comunque. Ma un’altra parte parte del lavoro consiste nel gestire la tua creatività, organizzandola in un romanzo ben strutturato.

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    Questo è lo scopo del metodo Snowflake. L’idea è che si può procedere nell’architettura di un romanzo allo stesso modo di come si procede alla costruzione di un frattale: partire dalla sagoma più generale e in un secondo momento entrare nel dettaglio del disegno della singola parte avendo ben presente il quadro generale della storia.

    Con Manuskript sto lavorando alla terza stesura di Il braccio sinistro di Whininfred, che ha delle modifiche abbastanza radicali alla struttura della storia. Finora mi ha aiutato veramente tanto, e ovviamente è open source, che è sempre una bella cosa.


  • Corpi che non contano

    Ci sono corpi che non contano. Lo dico pensando a Judith Butler, ma in modo improprio, perché non sto pensando ai corpi sessuati o sessualizzati. Penso proprio all’ultimo grado dell’oggettivazione e della deumanizzazione, che ha senso solo in un paradigma in cui tutto ciò che non è umano è considerato meno-che-umano.

    Fuori dall’umano ci sono corpi che non contano, che scompaiono, che non sono riconosciuti degni di essere presenti sulla scena dell’agire umano, sebbene lo siano costantemente. È come nella fotografia: metti a fuoco il ragno sul limone e tagli fuori la terra su cui cresce l’albero e le muffe che abitano sulla parete, anche se l’uno senza gli altri non ci può essere.

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  • Ogni riferimento

    Da tempo sentivo il desiderio di trovare uno spazio per i pezzi di non fiction che mi stanno più a cuore.

    Negli ultimi mesi ho avuto molte occasioni per scrivere e riflettere su carta, anche per via delle dinamiche che si sono sviluppate nella mia città, Torino, dove ho sentito la tensione politica crescere sensibilmente di anno in anno. Proprio come la mia vita, anche gli essay contengono moltissima politica, e in termini più o meno espliciti, si muovono sul punto di contatto tra l’esperienza soggettiva e il piano del significato.

    Allora era importante per me avere uno spazio (oltre al blog e a giardino punk) dove appoggiare i testi e farli dialogare insieme, un progetto in-progress che fosse aperto non solo allo svolgersi delle mie esperienze, ma anche alla curiosità e alle suggestioni di altre persone, chiunque ne abbia voglia.

    Alla fine questo spazio è nato, si chiama Ogni riferimento ed è una raccolta di essay e altre storie vere, online su Wattpad.

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  • Perché Wattpad

    Come, hai pubblicato su Wattpad? Proprio a te che non piacciono le piattaforme?

    Quando frequentavo la Scuola Holden mi è capitato di fare lezione con Beatrice Masini, allora editor e oggi direttrice editoriale di Bompiani. C’è una cosa che disse e mi è rimasta particolarmente impressa. Lei, ammise, preferiva di gran lunga lavorare nell’editoria per ragazz3 e bambin3 che in quella per adult3. Perché chi scrive libri per ragazz3 non si prende molto sul serio: di solito ha trovato un buon equilibrio tra la responsabilità che il lavoro richiede e il fatto che quel genere di produzione letteraria è considerata quasi unanimemente inferiore, secondaria, non meritevole di tutti gli onori e la prosopopea che la professione dello scrittore solitamente porta con sé.

    In effetti, tutt3 l3 scrittor3 di narrativa per ragazz3 che ho conosciuto di lì in poi hanno confermato l’opinione di Beatrice Masini, essendo persone sì impegnate ma decisamente poco autocompiaciute.

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  • Il campo lungo della coscienza

    Una delle tante frustrazioni che mi capitano quando scrivo di realtà viene dall’impressione che la mia coscienza non sia abbastanza vigile per cogliere ogni volto e ogni mutamento del mondo. Quello che riesco a catturare è solo una minuscola parte, un livello circoscritto, di tutto l’intricato sistema di legami e azioni che rendono quello che vedo esattamente ciò che vedo.

    > leggi tutto…

  • Italian Linux Society

    Rileggendo la storia di una bicicletta di nome Oscar ho avuto una ralizzazione sui progressi che si fanno qualche volta a conoscere il mondo circostante.

    Circa un anno fa, quando è arrivato il mio computer ricondizionato e ho scoperto quel problema col suo kernel e Linux Mint (lo accenno nel post) la sensazione era di non avere nessuno a cui chiedere aiuto o consiglio, né qualcuno con cui potermi andare a lamentare senza dover spiegare perché è così importante per me usare Linux. Insomma, mi sentivo incompreso e sconsolato.

    Qualche giorno fa ho scoperto per caso un’organizzazione chiamata Italian Linux Society, con una sede a Torino (ILS Torino) e in diverse altre città. Queste persone tengono uno sportello una volta alla settimana nella casa di quartiere di San Salvario dove aiutano le persone volenterose ma non autonome a capire, a usare, e ovviamente anche a installare i sistemi Linux.

    Non mi sono ancora rivoltə allo sportello, perciò non posso dire molto, però in un certo senso questo porta alla massima potenza quello di cui parlavo alla fine di quello stesso articolo su Oscar, a proposito del ruolo della comunità (altrove direi della società civile) nell’aiutarci a scegliere e rendere sostenibili e orrizontali le tecnologie, proprio come diceva il già citato Ivan Illich e più di recente Carlo Milani.

    +1 Sogni nel cassetto: smartphone con Linux Ubuntu Touch.

    (Capisco i limiti, ma spero sempre che queste note, oltre che alla mia memoria, possano essere utili anche ad altre persone, quindi clicca i link, naviga, esci dal mio blog e vai a scoprire modi diversi di fare le cose. Bye!)


  • Una bicicletta libertaria

    Ivani Illich odiava le tecnologie. Tutte, dal computer fino alla macchina a vapore. Più che odiarle forse le temeva; temeva la dipendenza dagli esperti che le controllano e dalle fonti di energia che le alimentano. Per questo aveva un’opinione tutto sommato buona della bicicletta.

    Ho imparato tardi ad andare in bicicletta. La mia migliore amica, che era di ben quattro mesi più giovane di me, mi prendeva in giro quando, intorno ai sette o otto anni, correva su e giù per il vialetto con la sua bicicletta nuova fiammante, e io dietro, in sella alla sua vecchia biciclettina con ancora le rotelle di sicurezza.

    A posteriori, mi rendo conto di come sia la mia amica che Ivan Illich avessero ragione. La bicicletta è uno straordinario veicolo di libertà. Da un lato ti lega all’ambiente, ti espone al rischio e alla presenza dell’inevitabile ed enigmatico altro, che sia umano, non umano o atmosferico. Dall’altro lato, è la maniera più immediata di vivere una socialità sufficientemente ampia e variegata da avere bisogno di diversi spazi in cui svilupparsi, ma abbastanza intima da consentire uno spostamento quotidiano e del tutto indipendente. Allargare le sfere sociali quel tanto che basta a potersi ancora sorprendere; comprimere le distanze, ma non troppo da perdere la misura e il rispetto per lo spazio.

    Negli ultimi giorni ho attraversato almeno dodici spazi fisici e sociali completamente diversi tra loro, contaminati è vero, ma pur sempre disomogenei. Per intenderci, la misura di questa disomogeneità è la difficoltà a riconoscere in me stesso dentro uno spazio la stessa persona che attraversa uno qualunque degli altri, e di conseguenza un accenno di imbarazzo a dover spiegare di volta in volta: ma tu cosa ci facevi là?

    In mezzo tra l’uno e l’altro spazio non c’è il vuoto pneumatico, ma strade tutte buche, viali alberati, ponti presidiati dall’esercito, locali, piazze, persone, parcheggi, attese al semaforo dove i ragazzi si tengono per mano. C’è mondo tra un luogo e l’altro, tanto che anche quel tra inizia a sembrare un luogo in sé, abitato. C’è uno spazio compresso ma ancora intellegibile, fatto di cose che mi riguardano. Non voglio attribuire il merito di tutto a una bicicletta di nome Oscar, ma anche ignorare il mezzo tecnologico sarebbe un errore. Ho la scelta, ho la possibilità, e insomma la libertà.

    Chi mi ama mi segua è vero solo in alcune condizioni. Come per esempio quando hai una bicicletta e una città densa in cui muoverti, e il privilegio, ad oggi utopico, di poter disporre come vuoi del tuo tempo.


  • Consigli di Climate fiction


  • Pedagogia postumanista

    L’amico Loris, detto MetaMe, ha di recente pubblicato due articoli sulla pedagogia post-umanista all’interno dei quali si trovano dei passaggi veramente illuminanti, e utili in senso politico anche per chi come me di pedagogia ne sa ben poco.

    Tutte le correnti pedagogiche del passato pensavano di “umanizzare” le persone educandole, separandolo dalle altre creature, completamente estranee ad un processo simile. La principale conseguenza è una società ancora basata sul vecchio paradigma, radicata all’interno di metodi educativi arretrati.

    Le risposte nate per fronteggiare la crisi sono principalmente tre. Abbiamo l’antropocentrismo pedagogico forte, che ripropone tali idee al fine di umanizzare gli educandi ed evitare una presunta spersonalizzazione della pedagogia. Poi, la sua versione debole, avente come obiettivo l’autonomizzazione degli individui e la l’integrazione in un mondo pluralista. Infine, il post-antropocentrismo pedagogico, che si decentra dell’umano valorizzando il “non umano”.

    – Da Pedagogia e orizzonte post-umanista, l’alba di un nuovo paradigma pt.1

    In tal modo l’umano, che rientra nella sfera “sociale”, è distinto dal “materiale”, ovvero il non-umano, ma le sue sfere si ibridano nella “materialità”.

    – Da Pedagogia e orizzonte post-umanista, l’alba di un nuovo paradigma pt.2

    A quest’ultimo punto dobbiamo tornare con alcune letture sul materialismo radicale dei non-viventi, come Ghosh e Jane Bennett.


  • Gli sciamani non ci salveranno

    “Perché gli sciamani non ci salveranno? Forse perché nel modo in cui “noi” rileggiamo lo sciamanesimo (depolicitizzandolo) diventa totalmente digeribile nella società del tardo capitalismo che ci opprime quotidianamente?”

    “… le forme di alterità vengono sottoposte a una profilassi che spesso le rende inoffensive, trasformandoli in modellini leziosi, figure frivole dove la loro stranezza diventa attrattiva. Soprattutto sono muti, in quanto gli è stata tolta la possibilità del contraddittorio.”

    Un articolo interessante sul tema: Gli sciamani non ci salveranno (Tascabile)


  • Lo zero waste è per i ricchi?

    Stamattina sono andatx in un negozio sfuso. Ho comprato 500ml di aceto balsamico e un deodorante da 100ml in vetro a rendere. Ho speso 19 euro.

    Lo zero waste è una pratica politica che riguarda il nostro rapporto con il consumo, con la produzione, con le nostre necessità e quelle della collettività di cui facciamo parte e, in ultima istanza, con il capitalismo.

    Per questo penso che sia non solo accettabile, ma anche eticamente e politicamente coerente boicottare i negozi che speculano sulla moda del prodotto sfuso (e di solito anche biologico). Capisco che uscire dalla grande distribuzione comporta sempre dei costi superiori, e che parte di questi costi proviene da una considerazione maggiore della sostenibilità umana e non umana. Ma se questa maggiore attenzione si traduce in una totale insostenibilità economica, allora dovremmo accettare che la soluzione dei negozi zero waste è quella sbagliata, e che probabilmente non abbiamo una soluzione di mercato da opporvi.

    Detto altrimenti, bello lo zero waste, ma se può essere solo una scelta di consumo che alcun3 si possono permettere, allora non serve a niente.


  • Aggiornamento RSS

    Ciao! Se vedi questo post nel tuo RSS feed c’è un aggiornamento per te. Lo stream RSS a cui ti sei iscrittə da oggi contiene sia i post del blog che gli aggiornamenti di journal.

    Se preferisci continuare a ricevere solo i post di blog visita questa pagina e scegli il link allo stream del blog. Altrimenti ci risentiamo a prestissimo! 💚


  • Software Autonomy

    Digital Justice paragona alcuni dispositivi come iPhone e Oculus a dei giardini cintati da mura. A parte il fatto che nessun giardino dovrebbe essere recintato, il problema sono i vincoli imposti all’uso delle tecnologie da parte delle aziende produttrici.

    Un altro esempio, magnificamente raccontato dalla narrativa di Cory Doctorow, si trova nel primo dei quattro racconti contenuti in Radicalized. Sembra a prima vista una storia di fantascienza hacker, ma nulla di quello che ci troviamo, né dal punto di vista tecnologico, né da quello politico, è veramente fantascientifico. Forni che funzionano solo su abbonamento e tostano solo il pane di machi autorizzati, sono un’estremizzazione di dinamiche vive e presenti nel capitalismo odierno.

    Qui c’è un video di 60 secondi che spiega cos’è la Software Autonomy e perché è importante.

    E qui c’è la mia personale lista di risorse software che vanno, in qualche modo, nella direzione di una sempre più consapevole scenta dell’autonomia:

    • Joplin > Scrittura e note
    • Vivaldi > Browser
    • Matrix > Messaggistica imperfetta ma efficace
    • LocalSend > Condivisione tra dispositivi vicini
    • OpenStreetMap > Ovviamente Mappe
    • ReadYou / Feeder > News Feed per dispositivi Android
    • F-droid > App Store per dispositivi Android

    La lista sempre in aggiornamento… se vuoi di più qui trovi la lista delle alternative open source compilata da Ethical Revolution.

    Per consigliarmene altri usa pure il form dei commenti o la mail.


  • Il mito della risonanza

    Da un nuovo progetto di Joan Westenberg arriva uno spunto sui contenuti e il modo in cui li abbiamo pensati finora, che (spoiler) potrebbe essere sbagliato.

    La sfida – andare a prendere ciò che accomuna ogni essere umano come fa la grande letteratura, ma condensandolo nel flash di un reel – è stata vinta al prezzo dell’invenzione del cosiddetto “lavoro creativo” (come status) con conseguente estrazione, dell’ingegnerizzazione del processo, e dell’estensione del giudizio sul prodotto a cui niente può più sfuggire (né l’arte, né la comunicazione politica, né i rapporti interpersonali). Ma soprattutto, questa enfasi sul produrre contenuti che “ci parlino” sul piano emotivo, che siano importanti per noi e sul buono storytelling, ci ha portat3 – alla prova dei fatti – a produrre tonnellate di contenuti tutti uguali.

    Anche se non condivido del tutto gli obiettivi di Joan Westenberg (come “la vera innovazione” e “farsi amare davvero” da qualcun3 per i propri contenuti), credo che tocchi un punto fondamentale:

    The psychology of resonance is a trap. It’s a pop-psychology airport book luring us towards the safe, the familiar, the easily digestible. But real breakthroughs, true innovation, meaningful art – these things come from swimming against the current, not with it.

    Fuck crafting content that resonates. Focus instead on creating work that challenges, that provokes, that dares to be different.

    In questo momento sto sperimentando il valore politico e di crescita del porsi domande difficili. Ma in generale, trovo che questo sia un ottimo spunto per approcciarsi alla scrittura in modo radicalmente diverso.

    Ti lascio qui il link.


  • Fungi Foundation

    Di recente il National Geographic ha aggiunto il regno dei funghi nella sua definizione dei viventi. A parte la mia personale simpatia, tutti i modi (conosciuti) per cui i funghi sono fondamentali sono raccontati nel sito di Fungi Foundation e sul canale Youtube.


  • Riciclabile

    Aggettivo quasi del tutto privo di in significato proprio.

    È la parola magica che, apposta sul packaging, possibilmente in verde e preceduta da “100%”, rende giustificabile la produzione di qualcosa che poteva non essere prodotto. Il suo potere a lungo termine è di permetterci di non mettere in discussione le nostre abitudini e i nostri modi di consumo in virtù del fatto che qualcun altro, di maggiore peso, se ne farà carico al posto nostro. (Per vederne un altro esempio qui una relazione).

    Ovviamente si tratta di un umile tentativo di far entrare l’ambiente nel discorso pubblico, sempre che ci riesca in tempi di relativa pace ecologica. Certo è bizzarro che proprio i soggetti economici, contro il loro interesse, sollecitino la società civile a interessarsi a un problema politico.


  • In quanto

    Okay non è una parola in senso stretto. Comunque diciamo, “In quanto”: locuzione usata quando c’è bisogno di sollevare meccanicamente il livello di un testo scritto. Di solito l’operazione fallisce.

    Sono accettabili solo le espressioni: “qualcosa in quanto tale”, “in quanto persona coinvolta ritengo…”, e in generale quando la nostra locuzione sostituisce “come” e non “perché”. In tutti gli altri casi anatemi.


  • Lore >>> Goodreads

    🗓️ mar 12 marzo 2024 // 11:53

    Come raccontavo l’altro giorno, sono entratə nel meraviglioso mondo di Livellosegreto, che oltre a un server Mastodon, hosta una serie di altri tools, tra cui Lore.

    Carə topo di biblioteca, se come me non puoi fare a meno di Goodreads, ma al tempo stesso vorresti fare a meno di Amazon (che se l’è comprato), qui c’è Lore. Puoi cominciare importando la lista dei libri che avevi malauguratamente già caricato su Goodreads. Alcuni vanno caricati manualmente, insomma è un’attività molto collaborativa, ma è bello contribuire a creare qualcosa che prima non esisteva.

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    🗓️ ven 14 giugno 2024 // 14:03

    Con l’uso e la pratica, una cosa positiva che sto notando di Lore è che cerca di ridurre al minimo l’ansia da prestazione. La famosa Reading Challenge annuale, per esempio, che su Goodreads mi assillava ogni volta che accedevo, su Lore può non essere compilata, oppure essere compilata ma non essere condivisa con le persone che mi seguono ecc. In generale, la salute mentale su Lore prende +1 e la competitività -1.


  • Mastodon

    È arrivata anche qui l’automazione con Mastodon.

    Per rimanere aggiornetə su tutte le note che pubblico seguimi su Livellosegreto.


  • Luoghi veri

    Uno dei miei più grandi imbarazzi quando stavo iniziando a scrivere era questo: ero costrettə ad ambientare le mie storie in provincia, perché era l’unico luogo che conoscevo.

    Per un po’ ho provato ad ambientarle altrove, in una città come Milano o Barcellona, facendo tutte le ricerche. A un certo punto ho smesso di ambientarle, lasciando sospeso lo spazio in una familiarità generica e indefinita.

    Forse perché li ho visti sempre con un senso di inferiorità, con la sensazione di non comprenderli completamente e di non essere davvero legittimatə a raccontarli; forse perché i luoghi sono sempre stati prima di tutto spazi da cui ero escluso, e poi fenomeni materiali e pieni di significati. Fatto sta che a un certo punto, quando mi è sembrato di averne conosciuti abbastanza, raccontare i luoghi è diventato molto interessante. Non c’è niente di diverso se non l’interesse genuino che mi suscitano. Al punto che qualche volta vorrei non avere nemmeno unɜ protagonista da metterci dentro.


  • Tram di Torino

    A chi compra l’auto elettrica per risolvere i problemi ambientali, noi si risponde con questo sito assolutamente non responsivo: Tram di Torino


  • Le domande difficili

    Un giorno ci siamo trovat3 a parlare dei nostri corpi politici e delle nostre esperienze più profonde. Così, con semplicità, tra un fumetto e una tisana, abbiamo scoperto che tra noi eravamo capaci di farci anche le domande più difficili tipo: hai mai pensato di tornare indietro?

    Poi il mese scorso sono successi due Trans* Talk, ne abbiamo parlato e abbiamo deciso di rifarlo. Non saranno dei talk, ma dei laboratori, che imparano dalla pratica dell’autocoscienza in uno spazio confidenziale ma non separatista, denso ma anche conviviale, dove porci collettivamente domande difficili.


  • Consumismo

    Sostantivo maschile che esiste solo nel capitalismo industriale. Ma l’aspetto più interessante è un altro.

    In un libro del 1984 intitolato Il mondo delle cose. Oggetti, valori, consumo, Mary Douglas e Baron C. Isherwood osservano che pensare al consumo secondo una prospettiva economica non dice nulla sul perché le persone consumano o iper-consumano, o sul perché al contrario risparmiano. L’oggetto di consumo, sia esso durevole come un vestito o effimero come un viaggio, andrebbe guardato con una lente sociale. Come insegna l’interazionismo simbolico, infatti, il suo significato emerge da ciò che l’oggetto è in grado di comunicare di noi all3 altr3.

    Secondo questa prospettiva, una dimensione che lasciamo fuori quando ci occupiamo di consumismo è quella degli oggetti come mezzi di comunicazione. Il consumismo, come problema di giustizia sociale e ambientale non ha una soluzione tecnica né economica, non è una questione che tocca solo l’offerta o la domanda. Senza sminuire il problema e le responsabilità, potremmo forse imparare ad approcciarci in un modo non individualizzante e non colpevolizzante, a partire da questa domanda: quando consumiamo un oggetto, che cosa abbiamo bisogno di comunicare attraverso di esso?


  • “Sono un comunicatore” o “lavoro nella comunicazione”?

    L’annosa domanda. C’è Sarah Jaffe con Il lavoro non ti ama perennemente sul comodino, a ricordarmi che non solo io non sono il mio lavoro, ma anche che non vorrei diventarlo. Dall’altra parte però c’è Goffman (che ho ripubblicato proprio oggi) e il fatto che comunque il lavoro è una parte importante non solo della mia quotidianità, ma proprio della mia identità. Dall’altra parte ancora (eh sì, questo è un ring con tre angoli) c’è un’idea politica che, contrariamente a quanto mi hanno insegnato, e cercando come posso di andare incontro all’ideale della società della cura, mi inviterebbe a non vivere il lavoro come un compartimento stagno. Vale a dire, le relazioni che passano dal lavoro sono comunque relazioni tra persone prima che tra ruoli, anche se ci sono di mezzo i soldi, e magari chissà, viverle in questo modo potrebbe addirittura aiutarci a depotenziarli un poco.

    Nel mezzo ci sono io, che ho deciso di presentarmi come blogger, professionista, studente e attivista – ma solo perché so ne potrei aggiungere all’infinito. È come quando scatti una foto a delle persone che ballano. E comunque imparare a convivere con la parzialità delle istantanee è un buon esercizio di queering.


  • Il contagio dei blog

    Da dove viene la parola blog? Io non lo sapevo, poi ho letto questo post di Vittorio Marchis e l’ho scoperto.

    Questo perché lə miə partner Ema ha cominciato a frequentare il corso di Antropologia della tecnica di Marchis. Un argomento bello bello in cui, senza saperlo, continuo a imbattermi (prima o poi ne scriveremo nel giardino punk).

    Comunque uno dei compiti del corso era proprio fare un blog, e quindi oggi abbiamo fatto un blog. In realtà io ho fatto solo un po’ di supporto morale, e all’occorrenza ho sprigionato il potere del CSS. È stato bello, e qui c’è il blog di Ema.


  • È uscito il nuovo singolo di Walter Cavallo

    Si chiama Mi vuoi sposare? ed è dedicato alla sua compagna Alessandra (che per la cronaca ha detto sì).

    Insieme abbiamo realizzato l’artwork che fa da copertina al brano e al singolo. Ascoltalo su YouTube o qui:


  • Vuoti a rendere

    No, stavolta non è per l’ecologia, ma per il diritto alla casa.

    Ho deciso di dare una mano anch’io nella promozione della campagna Vuoti a rendere, una delibera di iniziativa popolare per proporre un approccio istituzionale al problema abitativo della nostra città. Per i prossimi mesi sarà aperta una raccolta firme per portare il testo al Comune di Torino. La partecipazione ai tavoli di lavoro è ancora aperta a tutte le associazioni e a chiunque abbia piacere di dare attivamente una mano.

    Spread the (good) news!

    Vai al sito per leggere il testo della delibera

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