Il campo lungo della coscienza

Una delle tante frustrazioni che mi capitano quando scrivo di realtà viene dall’impressione che la mia coscienza non sia abbastanza vigile per cogliere ogni volto e ogni mutamento del mondo. Quello che riesco a catturare è solo una minuscola parte, un livello circoscritto, di tutto l’intricato sistema di legami e azioni che rendono quello che vedo esattamente ciò che vedo.

Un’attività laboratoriale utile per confrontarsi con questa frustrazione è quella di uscire da solə e scattare una foto a qualcosa che si conosce molto bene (mi viene in mente, ad esempio, il capannone dell’autorimessa di fronte a casa). La foto può essere più o meno bella e più o meno ampia, l’importante è che abbia un soggetto chiaro.

In un secondo momento, magari nello spazio collettivo del laboratorio, ogni persona si sforza di descrivere quello che c’è nel quadro della foto, di spiegare cos’è quel soggetto, che ruolo ricopre, com’è la sua vita, che relazioni ha, eccetera. Non è importante che sia tutto vero e documentato, ma tutto va in qualche modo difeso; importa che abbiamo buone ragioni per presumere che quello che stiamo scrivendo potrebbe essere vero.

Dalla foto dell’autorimessa vedo che deve essere abbandonata da molti anni, perché non solo le edere e le erbe spontanee sono cresciute sulle pareti umide, ma addirittura un albero di quattro o cinque metri ha messo radici sul tetto piatto del capannone.

All’inizio gli elementi sono tutti dentro il quadro della foto. Ma mano a mano che andiamo avanti ci rendiamo conto che le relazioni e la storia che stiamo costruendo nasce da nostre impressioni e suggestioni che mescolano il dentro e il fuori. Per esempio: com’è che l’autorimessa è stata abbandonata? E come mai non ci sono quasi officine in centro città?

Il fatto che, nel mio caso, ci troviamo in centro città, non è affatto afferrabile dalla foto. Descrivere ciò che c’è dentro la cornice chiama in causa cose che stanno oltre, all’esterno, e che sarà tanto più difficile comunicare all3 altr3 quanto più impalpabili sono gli elementi su cui stiamo costruendo la nostra descrizione

Il punto è imparare a fidarci della coscienza, anche quando la sua portata e il campo dei nostri sensi ci sembrano drammaticamente limitati. Il più delle volte, arrivo alla fine a rendermi conto che cercare di direzionare la mia coscienza era una forzatura, ciò che rende lo scrivere uno scopo e non un mezzo. Probabilmente gli stimoli che sto cercando e non riesco a trovare sono davvero andati persi; forse c’è qualcosa di più importante in questo oggetto che ha attirato al mia attenzione.

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