Corpi che non contano

Ci sono corpi che non contano. Lo dico pensando a Judith Butler, ma in modo improprio, perché non sto pensando ai corpi sessuati o sessualizzati. Penso proprio all’ultimo grado dell’oggettivazione e della deumanizzazione, che ha senso solo in un paradigma in cui tutto ciò che non è umano è considerato meno-che-umano.

Fuori dall’umano ci sono corpi che non contano, che scompaiono, che non sono riconosciuti degni di essere presenti sulla scena dell’agire umano, sebbene lo siano costantemente. È come nella fotografia: metti a fuoco il ragno sul limone e tagli fuori la terra su cui cresce l’albero e le muffe che abitano sulla parete, anche se l’uno senza gli altri non ci può essere.

Un pezzo della questione l’aveva già sollevato Donna Haraway, che però scrive alla Haraway, quindi niente. L’altro pezzo, che per me è il più importante, viene da gente come Bruno Latour e, in tutt’altro ambito, Amitav Ghosh. La ciliegina sono i testi di Jane Bennett, che portano molto a fondo il discorso sull’agentività dei non umani e dei non viventi (in senso biologico).

Fatta la parte bibliografica, in realtà quello che volevo dire è che ci sono corpi da tutte le parti. La terra, la muffa, la nebbia, il fiume, la statua bruttissima di un piccione. Perfino dargli un nome non è neutro (e infatti mi viene in mente quel passo biblico in cui arriva Adamo e prima cosa Dio gli chiede di dare un nome alle cose, che ha tutta l’aria di una pedagogia del dominio, ma chi sono io per giudicare). I confini che pensiamo per le cose (e per noi) non tengono conto degli scambi reciproci, dell’aggregarsi e del disgregarsi; tipo i batteri nel mio intestino sono io o è qualcos’altro? E quand’è che l’acqua diventa nebbia o che un gruppo di persone diventa un corteo?

Il problema è che le cose fanno cose tutto il tempo. Bennett lo chiama materialismo vitale. Non è una prospettiva completamente nuova, specie fuori dall’Europa, però oggi ha un peso politico immenso che ancora non riesco bene a immaginare.

Per finire, volevo giusto rivendicare uno spazio nel dissing tra vegan3 antrispecist3 e vegan3 ecologist3. Il mio antispecismo È ecologista, proprio perché in “òikos” la casa non è un luogo, ma un insieme di corpi legati da pratiche di cura.

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