Raccontare l’utopia

Reihardt nel secondo capitolo della sua storia del pensiero politico moderno storicizza il comunismo di Marx inserendolo nello sviluppo delle idee di utopia. Non solo Marx rientra in questa corrente, ma sembrerebbe essere il punto più alto raggiunto finora (sebbene io sia convintə che la prefigurazione anarchica è più utopica della teoria marxista).

Pensare, e quindi raccontare, l’utopia è molto difficile perché devi prima di tutto decolonizzare l’immaginario. Quando pensi: “qual è il modo migliore possibile in cui questo potrebbe essere?” in genere la risposta ricalca la forma che il capitalismo le ha dato. Ad esempio se chiedi: qual è il mondo migliore che puoi immaginare, sarà probabilmente quello in cui tutti hanno tutto, faticano il giusto e ottengono i loro risultati, c’è la crescita economica, la tecnologia ci aiuta (tutt’al più è equa, con qualche forma di fully automated luxury communism). Ma in realtà, da un punto di vista estetico e funzionale, questo è esattamente l’immaginario che il capitalismo ha cercato di venderci negli ultimi cinquant’anni come desiderabile, per distrarre l’attenzione dai costi umani e non umani della crescita, dallo sfruttamento del lavoro povero all’estrattivismo, dalle gerarchie di genere all’accumulazione senza limiti.

La domanda da porsi quando si racconta l’utopia è: cosa c’è di desiderabile fuori da questi immaginari capitalistici?

Il primitivismo di John Zerzan? Il funzionalismo cristiano di Thomas Moore? La comunione mistica con gli spiriti della Terra? Le risposte possono essere tantissime, quante le narrazioni dell’utopia possibili; ma giungere a una di queste risposte è un passo necessario e difficile nel contesto in cui siamo immers3, in cui l’immaginario valoriale ed estetico capitalista non è solo tutto intorno a noi, ma è dentro di noi.

Sono queste le cose a cui scrivere Solarpunk ti costringe a pensare.

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