“Sono un comunicatore” o “lavoro nella comunicazione”?

L’annosa domanda. C’è Sarah Jaffe con Il lavoro non ti ama perennemente sul comodino, a ricordarmi che non solo io non sono il mio lavoro, ma anche che non vorrei diventarlo. Dall’altra parte però c’è Goffman (che ho ripubblicato proprio oggi) e il fatto che comunque il lavoro è una parte importante non solo della mia quotidianità, ma proprio della mia identità. Dall’altra parte ancora (eh sì, questo è un ring con tre angoli) c’è un’idea politica che, contrariamente a quanto mi hanno insegnato, e cercando come posso di andare incontro all’ideale della società della cura, mi inviterebbe a non vivere il lavoro come un compartimento stagno. Vale a dire, le relazioni che passano dal lavoro sono comunque relazioni tra persone prima che tra ruoli, anche se ci sono di mezzo i soldi, e magari chissà, viverle in questo modo potrebbe addirittura aiutarci a depotenziarli un poco.

Nel mezzo ci sono io, che ho deciso di presentarmi come blogger, professionista, studente e attivista – ma solo perché so ne potrei aggiungere all’infinito. È come quando scatti una foto a delle persone che ballano. E comunque imparare a convivere con la parzialità delle istantanee è un buon esercizio di queering.

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