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Mia nonna è un fiume

🕒 4 minuti di lettura

Una notte ho sognato che mia nonna mi portava a vedere il fiume. È sempre stata una donna molto riservata, capace di parlare per ore senza farti sospettare neanche per un secondo l’importanza di quel che stava dicendo per lei stessa. Mia nonna era famosa per i suoi aneddoti sulla seconda guerra mondiale, che aveva vissuto da bambina in una Milano dal volto grigio e fragile come un biscotto. I ricordi sgorgavano da lei con l’odore di gallina in gabbia e il rumore di un treno sovraffollato dove forse qualcuno si alzerà per cedere il posto a sedere a una bimba o forse no.

Quando nel 2015 andai a vivere a Milano mi sorpresi di vedere che non aveva il colore e la consistenza che mi aspettavo. Era una città piena di luci e di bugie, un posto in cui era relativamente facile vivere, e anche un topolino di provincia come me ci poteva trovare spazi amici e storie abbastanza brevi, intense e desiderabili da poterti dare l’impressione di aver vissuto una via piena, tutto sommato. Non riverberava nessun anelito di giustizia, né l’odore del sudore e della violenza degli antifascisti in Piazzale Loreto, e la stessa parola giustizia era fra le poche ad essere severamente un tabù. Avevo trovato opportunità, trasformazione, e ovviamente Expo – mentre le parole di mia nonna erano pazienza e carità, ma soprattutto pazienza direi.

Erano passati settant’anni dal tempo dei suoi racconti. Galline in gabbia e treni sovraffollati, se mai c’erano stati, erano morte le une e dismessi gli altri; così come la nebbia, il senso di nazione, il brulichio industriale, i telefoni a disco, i dopolavoro, la lettera di arruolamento, il pane grigio al gusto di carestia, il clarinettista che abitava in corso Como e faceva le prove con la finestra aperta.

Quel colore e quella consistenza che mi ero immaginato non solo se n’erano andati; forse ormai parlavano solo della misteriosa interiorità di mia nonna e della sua pratica di ripetere e ripetere storie di storia, sempre uguali a se stesse ma sempre un po’ diverse. Ovviamente fanno fede comunque, specie agli occhi di uno che non ha scrupoli a ribaltare le cose il di dentro di fuori per il gusto di lasciarle lì come la biancheria stesa e magari tornare qualche volta a scriverci su un racconto. Ma neanche lo scorrere del tempo usurava queste storie; qualcosa che cambia non esiste meno solo perché è destinata a cambiare.

Una delle sorgenti del fiume Livenza si chiama Gorgazzo, che vuol dire letteralmente il maledetto gorgo, come nel racconto di Beppe Fenoglio. È costituito da un unico tunnel scavato nella roccia, di cui non si conosce la profondità né la forma esatta, e da lì esce il fiume. Dal punto di vista naturalistico è un posto molto interessante, sebbene sia quasi impossibile studiarlo, dopo che quindici anni di immersioni ci hanno lasciato con nove morti e solo poche conoscenze. Comunque per me è sempre stato il posto dove si andava il venerdì pomeriggio dopo scuola, con mia nonna.

Arrivavamo salendo a piedi dalla strada pedemontana asfaltata. Passavamo davanti a quello che allora era un negozio che vendeva diverse varietà di miele artigianale e fuori dalla porta d’ingresso aveva un cartonato un po’ kitsch di un’ape regina di altezza umana. Si entrava poi nel parco, un sentiero di terra battuta tra aiuole ben curate da un lato, e dall’altro l’argine del fiume. Ci si avvicinava camminando in direzione contraria al suo corso, come per andare incontro alla sorgente, che era sepolta a meno millecinquecento metri sotto un lago, ma poiché io non lo sapevo, ho sempre pensato che quel lago fosse esso stesso la sorgente e che in generale le sorgenti avessero la forma di un laghetto molto profondo che esce fuori da sotto la roccia della montagna.

Solo di rado veniva anche mio nonno; il più delle volte quelle gite avevano tanto più valore proprio perché lui non c’era. Portavamo in pane secco ai cigni e ai grossi pesci che abitavano il lago, e ci fermavamo a guardare in su verso la montagna coperta di vegetazione, forse anche per un’ora, non saprei dire. La cosa affascinante non erano tanto le creature viventi, ma il fiume in sé.

In fondo, mi chiedo adesso ripensandoci, cos’è un fiume? È l’acqua che scorre o è il letto su cui scorre, è una linea celeste sulla mappa oppure le alghe verdastre che crescono lì e non altrove e gli insetti che se ne nutrono? O forse è tutto questo, o niente di tutto ciò? Da bambino era perlopiù l’acqua, perciò mi sembra giusto dare credito anche a quella sensazione che il fiume sia qualcosa che è sempre in viaggio, che tira dritto e non si ferma per nessuno.

Stavamo a guardare il neonato fiume per un tempo che sembrava adeguato, e poi mia nonna decideva che era il momento di andare via e si andava via. Tornavamo giù lungo la strada di terra battuta, questa volta accompagnate dallo scorrere dell’acqua limpida e dalla direzione delle alghe verdi filamentose che ci indicavano la strada fino a valle. È di lì che si va, è così che si fa per sopravvivere.

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