Pasolini era un ladro

Pasolini era un ladro

Se ne andava da solo lungo il corso del Livenza e quei pochi che passavano lo conoscevano per nome. Scendeva giù per l’argine infilandosi sotto le chiome dei salici, e si sapeva che un giorno o l’altro sarebbe caduto nel fiume e la corrente se lo sarebbe portato via (‘a ghe sta ben!). Lui però ci andava lo stesso, perché là sotto i legni erano un po’ umidi, ma non costavano niente.

«Piero, vien di ca da l’aghe!» gli gridava il siôr Valentin, el savi, un friulano che era stato il suo maestro di scuola ma ormai era in pensione e coltivava le patate. «Stala ben tô mari?»

«Sta bene, sta bene.»

«Bene», rispondeva in italiano, «Arrivederci.» E passava avanti. Sempre così.

Tutti sapevano che il siôr Valentin guardava la Susanna adesso che suo marito non c’era. Anzi, si augurava che nelle galere lo conciassero, e che se ne restasse là chiuso fino a che…, per questo Piero risaliva sbuffando quando Valentin lo chiamava, e si portava dietro tutta la legna. Che vedesse che lui e sua madre avevano ben altro a cui pensare! Comunque, a parte il siôr Valentin, non lo chiamava mai nessuno, e quindi alla fine saliva sempre a incontrare una faccia quasi cordiale.

Tornava a casa all’ora di cenare, e la Susanna era che russava abbandonata su una seggiola della cucina, con il grembiule legato intorno. Si chinava, avvicinava la bocca all’orecchio di lei, con la faccia in mezzo ai capelli neri da bambola, e le sussurrava: «Mamma. Mamma, vai a letto a metterti comoda.»

La sera si mangiavano gli avanzi e sempre polenta abbrustolata, i piatti si lasciavano nel catino e si andava a letto presto senza deroghe. Piero faceva tutto come quando c’era suo padre, anche se aveva smesso di dire le preghiere.

Da bambino, nell’ora di dottrina, il parroco veniva a raccontare la Bibbia, che era entusiasmante, ma Piero non ci capiva granché. E più di tutto, non capiva i dieci comandamenti, e gli pareva che Dio pretendesse troppo certe volte. Si vendemmia anche la domenica come tutti gli altri giorni, e il parroco non aveva mai fatto storie. E il “non uccidere” che va bene per i cristiani e mica per le bestie. Per non parlare poi del nome di Dio invano… E il siôr Valentin? Era la Susanna per caso la donna sua? Ma niente da fare: aveva capito che Dio vede, Dio provvede è solo un modo di dire e basta.

Prima suo padre veniva la sera a interrogarlo. «Hai detto le preghiere?»

«Sì,» rispondeva lui, ed era vero, perché il parroco aveva un altro comandamento che dice che non bisogna dire bugie ai genitori e tante altre cose. Piero non mentiva mai a suo padre e neanche a sua madre. Però, pensava, al parroco gli mancava un comandamento importante, uno per i per i genitori, che ordinasse di non dire bugie ai figli. Allora il babbo se ne approfittava.

A Sacile si giocava a pallone in piazza, le porte fatte coi ciottoli e le scarpe. Era tutta una confusione perché non c’erano abbastanza ragazzi da fare due squadre e quindi giocavano anche i piccoli e si cambiava casacca nel mezzo della partita, appena diventava chiaro chi è che aveva i tiratori più svelti.

Piero era uno dei più vecchi, era un buon attaccante, però andava sempre a finire in squadra col guercio, che oltre ad essere per l’appunto guercio, era un mezzo casarsese e aveva due piedi sinistri. Non c’era verso di vincerne una, il guercio non riusciva a calciare un rigore neanche se era da solo in piazza. E Piero s’imbufaliva ogni volta.

La domenica andava a messa con la Susanna, tutto dritto con la camicia bianca e la giacca, e i capelli pettinati bene, una volta tanto.

«El someja ’n bon toso,» diceva il parroco a sua madre.

«L’è ’n bon toso,» rispondeva lei, in veneto.

Ma il parroco si raccomandava di tenerlo d’occhio perché, nonostante tutto, era figlio di suo padre.

E poi c’erano state certe domeniche in cui a messa non ci era andato. Si era messo la camicia bianca e la giacca e si era pettinato bene, aveva salutato la Susanna sulla porta e si era incamminato nella direzione opposta alla sua. Che poi era successo mica tanto, tre volte in tutto: la prima dopo che avevano riportato suo padre in galera, la seconda circa un anno dopo, e l’ultima d’inverno, quando ormai aveva cambiato la giacca perché quella vecchia non gli arrivava più a coprire gli avambracci.

Aveva sceso la riva del Livenza e camminato lungo il corso con l’acqua fredda che correva accanto alle sue scarpe risuolate. Era risalito quando ormai non si vedeva più la piazza e tutto intorno erano solo campagne secche e vigne. Qualche gallo cantava a squarciagola e in strada non si vedeva nessuno perché erano andati tutti a messa. Nessuno che lavorava i campi, le bestie da sole nelle stalle e i cani legati alla catena.

Piero sapeva chi era un buon cristiano e chi no, sapeva chi andava sempre a messa la domenica e chi invece lasciava a casa la moglie e la vecchia a fare le faccende. Qualcuna la vedeva passando oltre le finestre, e ogni tanto sentiva le grida di un neonato nel cesto di vimini appoggiato sul tavolo da pranzo. Col sole già alto, vedeva gli sbuffi di condensa salire su dalle cappe dei camini e le biciclette lasciate sotto i pòrteghi per non sgualcire i pantaloni buoni. Conosceva a memoria tutte le case fino a Caneva, che non è che fossero poi molte, ma puntellavano la campagna gialla fino ai boschi, e bastava guardarle da lontano per capire se ne valeva la pena o no.

Lui sceglieva sempre quelle coi cani alla catena, con la bicicletta di fuori e un pollaio rumoroso. Quelle che le signore venivano a messa la domenica con un bella spilla della mamma o della suocera appuntata al colletto del vestito. O come quella di Bonet, dove il figlio più grande, ancora scapolo, faceva il notaio. O come quella dei Meneghin, dove s’invitavano gli amici per ascoltare la radio. Però dai Giotti non si sognava di andare, perché Lindo Giotti, che faceva il ginnasio, era quello che portava sempre in piazza il pallone.

Piero si avvicinava, bussava, perché non si sa mai, ma non gli aveva mai aperto nessuno. Entrava dalle finestre o dalle porte che non erano mai tutte chiuse, neanche quelle dei ricchi che si vantavano di avere la governante. Stava dieci minuti, giusto il tempo di dare un’occhiata in giro, nei cassetti del comò e nel vaso del caffè.

Tornava a casa con un sacco di juta di quelli per raccogliere le patate. Faceva un gran baccano quando Piero si chinava per passare sotto i salici, per questo doveva sbrigarsi prima che finisse la messa. Portava roba di tutti i tipi: sapone, roba da mangiare, quindici o venti lire, attrezzi, qualche libro se ce n’era, roba di valore da impegnare. In città c’era una coppia di schavi che comprava tutto, e ormai si sapeva che se tornavi e ti mancava qualcosa dovevi andare là e te lo riprendevi al doppio del prezzo. Perché Piero non era mica l’unico.

Aveva imparato da un ragazzo di nome Sante. Sante non andava mai in chiesa e gli aveva detto: «Non devi andare sempre a messa, altrimenti prima o poi si accorgono».

Però a Piero piaceva andare a messa, vestirsi bene, pettinarsi e mettersi sull’attenti con sua madre che gli girava intorno e lo ammirava per accertarsi che fosse tutto in ordine. E poi doveva controllare che il siôr Valentin non guardasse la Susanna. Andava sempre a messa per tenerlo d’occhio. Quasi sempre.

E quando non andava, il lunedì c’erano il guercio e il Giotti che lo aspettavano in piazza, e il guercio col suo accento casarsese gli diceva: «Ndo che sustu lât?»

«Ero malato.»

E ci si accorgeva che ogni volta che Piero era malato spariva qualche cosa.

Le domeniche, a Sacile, erano tutte uguali, e sarebbero rimaste uguali per sempre.

Tanti anni dopo, quando Piero aveva fatto la stessa fine del suo babbo, e la Susanna era morta di dolore, la gente s’incontrava fuori dalla chiesa e si fermava a chiacchierare col muso lungo, mentre i ragazzi giocavano a pallone in piazza con le porte fatte di ciottoli e scarpe. Le donne si sventagliavano coi foulard o si stringevano nei paltò. Gli uomini si lamentavano delle notizie che dava la radio, e poi la televisione. Solo i vecchi sogghignavano. Ci si ricordava ancora che Pasolini era un ladro.

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Pasolini era un ladro

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Tempo fa, in un paese al confine tra Veneto e Friuli, un giovane di nome Pierpaolo si ingegnava per prendersi cura della madre in attesa che il padre uscisse di prigione. Di giorno camminava solitario e rifletteva, raccogliendo su di sé sguardi torvi e sospettosi. Tutti sapevano cosa sarebbe successo se il padre fosse tornato.…

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Stefano Zuliani (lui/ləi)

Sono uno studente di Sociologia, un copywriter freelance e un attivista eco/queer. Scrivo narrativa breve e articoli di politica, cultura e benessere digitale. Scrivo compulsivamente perché ho una pessima memoria. Non a caso il mio genere è il memoire.

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