Il contesto 2

Un poeta

Non lo conoscevo prima. Mai visto in vita mia, nonostante fossimo in una piccola città e in una cerchia ancor più piccola.

Entrando in sala avevo messo gli occhi su di lui perché, in mezzo al gruppetto di teste allineate sulle seggiole, la sua era la più bassa, ed era coperta da una folta zazzera di riccioli castani. A vederlo così non gli avrei dato più di quindici anni, era vestito con maglietta e jeans e stonava con gli altri concorrenti, tutti sistemati nelle prime due file di sedie, davanti al podio spoglio.

All’inizio avevo pensato che fosse il figlio o il nipote di qualcuno, succedeva che ogni tanto se li portassero. Ma al momento della premiazione si era alzato in piedi ed era salito sul palco insieme a tutti noi. Eravamo andati in fila indiana, camminando a capo chino come spettri vestiti di scuro in processione.

Mi chiamarono per seconda. Che, ad essere sincera, era più o meno quello che mi aspettavo. Per modestia, se non altro, visto che l’anno precedente avevo vinto il primo premio con un sonetto sulla gioia di vivere, praticamente irripetibile.

Quell’anno avevo optato per un componimento più lungo e assai più complesso. Lo lessi per intero, con voce chiara, e ogni tanto alzavo lo sguardo dal leggio e interrogavo le facce perplesse sotto teste sale e pepe dei pochi rimasti seduti in sala. Afferrai il mazzo di fiori, posai per la foto di rito, anche se detestavo essere ritratta accanto ai fiori già morti. Detestavo essere ritratta in generale, perché nessun abito o cosmetico o acconciatura o espressione mi aiutavano a correggere le sproporzioni della mia faccia sgraziata, e non potevo fare a meno dei miei occhiali dalle lenti spesse che mi facevano sembrare un alieno con due occhi piccolissimi. Mi voltai e tornai vicino agli altri concorrenti, tutti in piedi in fondo al palco, allineati come soldatini della Prima guerra.

Lui guardava il pavimento da venti centimetri più in basso degli altri, con la frangia riccia a nascondere gli occhi e le braccia che ciondolavano lungo i fianchi. Quando venne chiamato il primo premio, lo vidi raddrizzare le spalle. Si fece avanti, tra applausi dubbiosi, rispondendo a un nome talmente banale che lo dimenticai non appena lo ebbi udito. Finse un sorriso e iniziò a leggere dal podio.

Era una poesia, la sua, con un suono e una grandezza insoliti, niente affatto retorica eppure ampia e travolgente.

Ogni tanto, fra i versi, lui inseriva lunghi silenzi. Il pubblico restava come sospeso, incerto se applaudire o meno. Gli altri concorrenti si scambiavano degli sguardi. Ma io non mi muovevo: sapevo che non era finita, desideravo che proseguisse per molto ancora.

In ogni parola che lui pronunciava, io avvertivo, o sarebbe meglio dire intuivo, mondi. Aveva scritto uno spazio e un’atmosfera, e a aveva scritto anche me dentro quei mondi, quasi avesse saputo che ci sarei stata, quella domenica pomeriggio, su quel palco ad ascoltarlo. Lui leggeva e io ero lì, nelle rose e nello scorrere delle acque; ero io il vento che ridistribuisce i colori, ed ero io la donna che vive in un castello e aspetta finché ha vita. Tutto parlava di me e della mia storia, e non saprei dire quand’era stata l’ultima volta che avevo sentito parlare di me con tanta bellezza e una voce buona.

Tornò di nuovo silenzio e seppi che era il momento di applaudire. E in quello, mentre sollevavo le mani col mazzo di fiori, mi accorsi che due lacrime pesantissime mi scivolavano giù lungo le guance.

Non feci niente per nascondere le lacrime, non le asciugai neanche. Lasciai che andassero ad appiccicarsi al colletto della camicia, le lasciai evaporare a contatto con la pelle del viso rendendola secca, due linee lucide come le fenditure di una scorza. Me ne andai senza parlare e senza salutare i vecchi habitué del concorso. Aspettai cinque minuti, perché lo avevo perso di vista, e poi lo seguii di fuori.

L’uscita dell’auditorium dava su un piccolo giardino, più in là si apriva un parcheggio, una distesa di cemento sconnesso attraversato da una griglia blu. Il ragazzo scese la scala di servizio fino a metà. Dovette accorgersi che lo stavo seguendo, perché girò la testa prima di continuare. Arrivò in fondo alla scala e, con un gesto automatico, si chinò al fianco di una bicicletta legata a un palo.

«Sei venuto da solo.»

Sollevò la testa, ma i suoi occhi rimasero nascosti sotto i capelli. «Mi è piaciuta la tua poesia. Scrivi molto bene,» disse. Non risposi. Scesi l’ultimo gradino e mi fermai a guardarlo da vicino. Non sembrava più tanto giovane, forse diciassette o diciotto anni, la statura ingannava.

Salì a cavalcioni sulla bicicletta, e a mala pena toccava terra con le punte dei piedi. Poi cambiò idea e scese, capii che intendeva spingerla.

«Posso venire con te?» dissi. Annuì, e c’incamminammo fianco a fianco attraverso il parcheggio quasi deserto dell’auditorium comunale. La bicicletta cigolava leggermente accompagnando i nostri passi. Mi accorsi che portavamo entrambi scarpe da ginnastica estive, ormai non mi vestivo più elegante per questo tipo di eventi.

Restammo in silenzio fino all’imbocco della strada, ma mentre giravamo per salire sul marciapiede, lui disse una cosa. «Perché non sei vecchia?» mi chiese. Mi sembrò strano, perché non vedo perché avrei dovuto essere vecchia. Era quella la mia età. «Credevo che solo i vecchi facessero i concorsi di poesia…» disse, considerando che non rispondevo. Gli chiesi quanti anni pensava che avessi. «Non so. Tipo trenta, non lo so…». Ne avevo ventiquattro, ma non glie lo dissi. Non ha importanza quanti anni pensava che si dovessero avere per non essere vecchi.

«Perché non sono venuti i tuoi genitori?» chiesi.

«E i tuoi?» chiese lui. Risposi che all’inizio i miei ci venivano, ma ormai si annoiavano a venire a tutti i concorsi. E in parte era vero, quel giorno però i miei genitori non sapevano neanche che ci fosse una premiazione. “A cosa serve che continui a vincere tutti questi premi?” diceva mia mamma. Lo diceva perché nel frattempo ero ancora disoccupata, altrimenti sarebbe stata contenta.

Imboccammo una stradicciola che tagliava a metà il parco. I pioppi disperdevano quel genere di pollini che volano a lungo nell’aria come enormi fiocchi di neve prima di andare ad incastrarsi in mezzo agli steli d’erba aspettando la prossima folata di vento.

All’improvviso, senza poterlo controllare, feci uno starnuto. Lui alzò gli occhi dalla bicicletta e li vidi per la prima volta. Erano marrone scuro, caldo come il colore del cioccolato e guardandomi in faccia sorrise. Aveva anche due occhiaie scure che forse facevano già parte della sua fisionomia. Mi sembrò che stesse trattenendosi dal ridere, anche se non sapevo perché.

«Vai a scuola?» gli chiesi. Rispose di sì, che stava studiando per fare il cuoco. Pensai tra me e me che era una fortuna, così avrebbe potuto vincere tutti i premi che voleva…

Rollai una sigaretta e l’accesi, e pensai di offrirgliene, ma per la verità non ero sicura che fosse maggiorenne. Fumai da sola in silenzio, lo sguardo che correva da una parte all’altra del parco, nel verde, e poi verso il cielo nuvoloso. Era un tragitto che facevo di rado, perché casa mia stava nella direzione opposta.

«I fiori…» mormorò.

«Cosa?»

«Hai dimenticato i fiori».

Alzai le spalle e sorrisi perché non era vero. Detestavo i fiori che stanno per seccare. Li avrei donati a chiunque, come per gentilezza, piuttosto che portarli con me. «Uscendo li ho abbandonati su una seggiola in fondo alla sala quando nessuno mi stava guardando». Ridacchiai, ma lui non rise, e di nuovo non capii perché. Aveva questa bizzarra asincronia, e chissà con quale logica il suo cervello sanciva qual era era il momento di ridere e quale no.

«Da quanto scrivi poesie?» chiesi.

«Non lo so, qualche anno credo. Ma ne scrivo poche perché le mie sorelle pretendono sempre di leggerle quando esco». Capii che era infastidito, però mi colpì il fatto che scrivesse poco, perché là sul palco mi era sembrato avesse una certa dimestichezza con la poesia in generale, e forse mi ero sbagliata, o forse era riuscito a fingere con una cura tale da ingannare perfino me.

«Anch’io ho una sorella,» che al posto di fare l’università si era sposata e lavorava in un ufficio commerciale.

«Io tre. Una ha quattro anni, una sedici e l’altra diciannove, e mi stanno sulle palle». Risi, ma lui era perfettamente serio. «Solo che la maggiore è l’unica che lavora e quindi non può andarsene di casa».

Camminando, diedi un calcio a un sassolino, che rotolò più avanti, fermandosi a un centimetro dalla punta delle sue scarpe da ginnastica. Avrei voluto fare una domanda, ma non osai. Fu lui a parlare, e dalla dignità con cui gli uscì la voce, seppi che lo faceva solo perché ne aveva voglia. «I miei non lavorano, – disse, – perché sono quasi sempre in una comunità. È là che si sono conosciuti…»

«Una comunità…» ripetei.

«Voglio dire, dove si curano gli eroinomani».

Tacqui di nuovo, per capire se aveva ancora voglia di raccontare. Dopo un po’, nel silenzio, capii di no. Eravamo quasi arrivati all’uscita del parco e cominciavo ad essere piuttosto lontana da casa. Pensai di girarmi subito e tornare sui miei passi, solo che poi, arrivati di fronte al cancello, nel punto in cui la stradicciola si trasformava di nuovo in un marciapiede affiancato alla strada, lui mi chiese: «Devi andare?», e io risposi: «No». Era la prima risposta che mi passava per la mente, e mi era parsa l’unica possibile.

Riprendemmo a camminare a bordo strada, la bicicletta a frapporsi tra noi, con le gomme che scivolavano gentili sull’asfalto nero. Sopra le nostre teste, altre due file di pioppi lascivano andare il loro nevischio, che turbinava e si allontanava seguendo la direzione delle auto in corsa lungo la carreggiata.

«Sei molto sensibile,» mi disse dopo un po’. Non so perché lo disse. Il tono di voce era lo tesso, comprensivo e un po’ fragile, che aveva usato per leggere dal podio. Forse sapeva come mi sentivo. Quando sei abituato a parlare di altri, sentir parlare di te è una scossa violenta.

Il suo cellulare si mise a squillare nella tasca dei jeans. Lui si fermò, io continuai dritta e mi voltai solo dopo qualche passo. Tenne in mano il cellulare un momento, un vecchio modello con una canzone RnB come suoneria, e poi tornò a metterlo in tasca, con lo schermo ancora illuminato. Di nuovo volevo fargli una domanda, ma lui mi precedette. «Mia nonna,» disse, ed ebbi la netta sensazione che usasse quella parola con la stessa accezione con cui noi altri usiamo la parola “mamma”, ma che quest’ultima gli fosse stata in qualche modo proibita o rubata o che non ne conoscesse affatto il significato. A questo pensiero mi sentii inghiottire da un’angoscia. Fu come essere nei suoi panni, letteralmente, come se per un attimo fossi io a spingere la bicicletta con le mie gambe corte, e a rivolgere lo sguardo verso una donna sconosciuta sui trent’anni con gli occhiali spessi così.

«I tuoi genitori ti amano,» gli dissi io, e suonò bene, anche se è una cosa molto stupida da dire. È stupido soprattutto che fossi io a dirla, che non avevo mai conosciuto i suoi genitori e nemmeno sapevo chi fossero. Dovette pensarci anche lui, perché mi rivolse uno sguardo. Non era più lo sguardo di un bambino, e nemmeno quello di un ragazzo, ma aveva la fermezza di un uomo adulto, uno forte, le cui iridi non fanno il minimo movimento senza che lui lo abbia programmato e approvato. Mi arrivò direttamente addosso, mi colpì, duro come una rivelazione, e solo per ultimo, ben respinto al di sotto di questa consapevolezza un po’ artificiosa, mi raggiunse anche lo sguardo del ragazzino che era in lui, che era sorpreso e niente affatto ostile.

Aspettai che quel rimprovero muto finisse. Guardai giù, la gomma anteriore della bicicletta, perché nonostante io non sia quel tipo di persona, all’improvviso mi sentivo a disagio, e per nessun motivo avrei voluto che lui mi vedesse piangere.

«Devi andare?» chiese di nuovo. Resistetti. «No,» ripetei, anche se nella mia testa scorrevano già le immagini della strada del ritorno.

«Credo che dovresti andare,» disse poi, a voce più bassa. Ci passò accanto un’auto, mi sembrò di sentire di nuovo la sua voce senza distinguerne le parole, ma il rumore la sovrastava e non seppi se era reale o mi ero sbagliata.

Rallentai il passo fino a fermarmi del tutto. Un raggio di luce molto intensa e bianca sbucava attraverso le foglie e veniva a proiettarmisi sul viso. Lui, più avanti, era tutto in ombra. Aveva rallentato a sua volta, ma senza fermarsi; aveva girato il busto e la testa inclinando un poco la bicicletta e, di nuovo, mi aveva guardata. Era dolce il suo viso, con i lineamenti ancora indefiniti e minuscole emozioni quasi invisibili che gli attraversavano la fronte e gli occhi coperti dal ciuffo di riccioli scuri. Stirò la bocca, e le labbra pallide si ripiegarono l’una sull’altra. Risposi con un sorriso, senza distogliere lo sguardo.

Poi si voltò e allungò di poco il passo. Lo guardai percorrere ancora una ventina di metri lungo il marciapiede, poi attraversare la strada. Senza che me ne accorgessi, aveva tirato fuori dalla tasca un mazzo di chiavi. Cercai di capire in che direzione andava, ma sembrava incerto anche lui. Alla fine imboccò una stradina che riuscivo a vedere solo per metà. L’attraversò, di modo che un edificio imponente e malandato si frapponesse tra me e lui. Sentivo in lontananza il cigolio della sua bicicletta e le grida dei bambini che giocavano a pallone sull’asfalto. Finalmente libero dallo sguardo di un’estranea, imboccò l’entrata di un isolato spartano e poco raccomandabile, con i condomini da entrambi i lati della strada che ospitavano un alveare di case popolari.

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Il contesto 2

🕒 11 minuti di lettura

A volte un incontro un l’inizio, altre volte è solo uno scambio di sguardi. Ci si contra per un motivo, o ci si incontra e poi ci si perde. Ma a dispetto di quello che si è dato e di quello che si è ricevuto, la domanda resta: potevamo non incontrarci?

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Stefano Zuliani (lui/ləi)

Sono uno studente di Sociologia, un copywriter freelance e un attivista eco/queer. Scrivo narrativa breve e articoli di politica, cultura e benessere digitale. Scrivo compulsivamente perché ho una pessima memoria. Non a caso il mio genere è il memoire.

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