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Dobbiamo superare l’avversione per i reel brutti

🕒 5 minuti di lettura

Carissiməə art director, designer, illustratricə, e soprattutto clienti, la verità è che i reel brutti piacciono a tuttə.

Passo indietro: fino a solo qualche settimana fa ci aspettavamo che la svolta di Instagram verso lo scroll compulsivo di video full-screen sarebbe stata un’ecatombe per tuttə lə utenti comuni, quellə che non sono creator; che solo chi avesse avuto le competenze e gli strumenti adeguati avrebbe prodotto reel, mente lə altrə sarebbero statə condannatə a pubblicare caroselli con reach bassissime. Da parte nostra, noi esercito della comunicazione ci preparavamo a un enorme lavoro matto e disperatissimo per far sì che tutte le grafiche eleganti che prima producevamo a un ritmo industriale si risvegliassero e come per incanto iniziassero a muoversi.

Avevamo sbagliato. Di grosso.

Due reel (per intenderci)

Ecco due reel che ho pubblicato sulla stessa pagina a poche settimane di distanza.

Il primo, uscito in piena reel-wave, è un video molto semplice realizzato con materiale originale che fa parte del media kit del prodotto. Il secondo è un video che ho girato io con il mio cellulare traballante e pessima illuminazione e a cui ho aggiunto solo una copertina graficata per senso di vergogna.

 

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Il primo ha mille visualizzazioni circa. Il secondo la bellezza di 11k (su 13k followers).

Brutto è vero

Se c’è una cosa che ho capito nelle ultime settimane è che i reel non sono film, non sono contenitori di contenuti complessi, non sono sketch, non sono neanche video promozionali. I reel sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le nostre vite. Il che li rende, quasi per definizione, disordinati, improvvisati ed esteticamente sgradevoli.

Scatole animate per contenere emozioni terra terra, strappare una risata, un “aw” al cinquantesimo gattino, la tenerezza per un neonato vestito come il papà, l’ammirazione per un bel disegno, un bel make up, il desiderio per uno spazio ordinato o una bella ragazza, l’indignazione. Sentimenti spogliati ed esposti, restituiti in un tempo troppo breve per qualsiasi elaborazione.

Vogliamo storie che ci parlino di noi, che taglino corto con la retorica, le foto in posa e le grafiche solide, e ci restituiscano l’esperienza vera. Ma al tempo stesso, come sempre sui social media, l’altra faccia della medaglia è che i reel che davvero funzionano sono quelli che riescono ad astrarsi anche da questa realtà grezza e inestetica, a unire lo sguardo vero con quello bello, e a farci vivere l’esperienza di avere il controllo sull’incontrollabile delle nostre vite, creare e gestire un ordine minimale, realmente possibile e (quasi) alla nostra portata.

Bello e problematico: le scrivanie

Un esempio di controllo sulla vita vera è il filone del cosiddetto #deskgram: cioè influencer più o meno grandi che mostrano in reel le loro scrivanie ordinatissime.

Dietro al perfetto incastro di lampade, tablet, tastiere, orologi, libri e tazze di caffè, l’artificio è evidente. Eppure non veicola alcun contenuto sul perché e sul come abbiamo bisogno di questo artificio, né sul perché ci piaccia fruirlo compulsivamente. Il #deskgram, in effetti, apre a una quantità di possibili riflessioni politiche, che lo rendono problematico proprio perchè non sono mai affrontate.

Ad esempio: è giusto estetizzare la postazione di lavoro e dunque il digital labour come status oltre ogni analisi critica? Ha senso rendere confortevole e oggetto di sfoggio il luogo in cui passiamo la gran parte del nostro tempo senza chiederci se sia o meno legittimo dedicargli quel tempo? O non è forse l’ennesimo modo per individualizzare le condizioni di lavoro e i tentativi di reazione? O che bramiamo il controllo maniacale sullo spazio perché è l’unico controllo che possiamo avere? In altre parole: stiamo senza rendercene conto appendendo i quadri alle pareti di una cella?

In secondo luogo, è una nicchia legatissima all’oggetto materiale, inteso come design prima che come funzione, l’oggetto industriale privo di aura, che si inserisce in un sistema di consumi e lo normalizza dietro pagamento (partnership e contenuti sponsorizzati) incoraggiando e legittimando e prendendo attivamente parte in un processo di produzione e commercio non sostenibili di oggetti inutili. Come si dice, la bellezza ha un prezzo.

Quattro cose da tenere a mente sui reel

Se l’estetica dell’immagine non ha molta importanza quando produciamo un reel, allora cos’è che ha importanza? Ecco una breve lista di elementi che, nella mia esperienza finora, sono stati punti chiave, preziosi per capire e poi realizzare reel.

  1. Il flusso in cui sono immersi i reel che produciamo è frenetico, molto stimolante dal punto di vista sensoriale, per cui il nocciolo di senso (l’emozione terra terra di cui parlavo sopra) deve emergere entro i primi secondi, altrimenti la sensazione è di aver perso il ritmo dello scroll, e nel complesso è piuttosto frustrante.
  2. Il testo: proprio per il ritmo del flusso, non è prassi diffusa bloccare i reel come invece si fa con le stories, quindi il testo deve essere poco, leggibile a colpo d’occhio e di comprensione immediata (per intenderci, non questo).
  3. Le transizioni sono gesti improvvisi, frequenti, anche imprecisi, non movimenti lenti (come lo scorrimento dell’immagine nel primo reel che ho mostrato).
  4. La musica non è un sottofondo ma porta senso. Nel peggiore dei casi serve solo a creare un atmosfera, ma nel migliore, oltre a dare ritmo, serve ad arricchire quasi subliminalmente di significato le immagini con parole pronunciate fuori contesto (come nel secondo reel, dove la musica sottolinea il focus centrale del contenuto, ossia la quantità – possiamo dire, un modello di Unique Selling Proposition plurimediale).

Buttiamo a mare la vergogna (?)

Tirando le somme: il solo fatto che i reel piacciano (per ora) all’algoritmo non li rende adatti a qualsiasi tipo di comunicazione a prescindere dall’oggetto, dal target e dalle modalità. Per come la vedo, se c’è del significato complesso da veicolare, i reel sono lo strumento sbagliato. Per il resto, vale la pena di pensarci.

Resta il fatto che mi vergogno quando pubblico un reel brutto, che sono ancora legato all’idea secondo cui il video è un contenuto elaborato, che richiede più lavoro e quindi deve avere una qualità più alta rispetto all’immagine, altrimenti non vale la pena di farlo. E anche all’idea per cui ciò che resta, che potrebbe potenzialmente sopravvivere alle 24 ore, deve andare a formare una bella vetrina di chi siamo agli occhi ipotetici di utenti curiosə.

Sono idee romantiche che dobbiamo imparare a lasciare indietro. I reel non sono video, ma brevi momenti rubati alla vita, e per funzionare devono essere veramente questo.

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