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Scrivere non è sexy

Decostruire il complesso dell’Autore nel mercato dei contenuti. In altre parole, come il mito individualista della creatività spinge sul nostro senso di inadeguatezza per farci lavorare “meglio”.


25/10/2022

Come raccontavo qualche tempo fa in una nota a proposito di quel meraviglioso strumento che è Wikipedia, scrivere significa passare la maggior parte del tempo a fare ricerca. Vale per la scrittura di fiction, ma ancora di più per la non fiction, il giornalismo e la pubblicità. Quanto scrivo sto sempre in giro, impegnato a scoprire e a leggere altro: siti web, social media, libri e riviste, enciclopedie, e lunghe sessioni in compagnia del migliore amico di ogni copywriter: il dizionario dei sinonimi e dei contrari.

Spesso scrivere richiede di districarsi in una matassa di testi, riferimenti, idee, detti e non detti. Mi capitano i voli pindarici, i vuoti di idee, mi succede di avere ben presente il senso del discorso ma non avere le parole, o al contrario di essere costretto a usare delle parole senza comprenderne a fondo il significato.

Stato del mercato del testo

Ora come ora, il testo scritto è una materia sovrapprodotta, che richiede molto tempo e molto sforzo ed è sottoposta alle stesse logiche di mercato dei contenuti “veloci” come le foto (o anche i testi “brutti”, cioè senza contenuto).

Inoltre il testo scritto è più faticoso da fruire, non regge il confronto con l’audiovisivo, le serie tv e i videogiochi nel caso dell’intrattenimento, né gode di forme di fruizione pubblica e socializzata come la musica o il cinema. L’atto di andare a un concerto o al cinema a vedere un film è, nonostante i cambiamenti, ancora oggi sovrasignificato: è un modo per uscire, incontrarsi, avere un appuntamento. Niente di tutto questo per un articolo o un romanzo.

20/12/2022

Il testo scritto è una merce che si è svalutata moltissimo negli ultimi anni. Lo stato delle industrie editoriali in Italia fa pena, vale per il giornalismo e per i libri, peggio se la passano solo i blog (RIP). Personalmente, credo che a rendermelo sostenibile sia la fortuna di essere una persona multipotenziale. Dal punto di vista economico, la programmazione web, il lavoro grafico, di studio e progettazione dei contenuti, rendono più stimolante e remunerativo il lavoro sul testo. Dal punto di vista psicologico, a salvarmi sono lunghe pause dedicate alle persone che ho intorno, alla lettura e alla politica, alla fotografia, di nuovo alla programmazione web, all’uncinetto (sì davvero) e altro ancora…

Stato dell’arte del Lavoro Creativo™️

Una mala occupazione insomma. Per di più, scrivere crea un legame inscindibile tra testo e persone che scrive, tra la qualità del testo scritto e la qualità dell’essere umano che lo ha prodotto. Quando una persona critica ciò che hai scritto, l’impressione è che stia implicitamente negando il tuo diritto a esprimerti, la tua capacità di farlo in modo adeguato, negando l’elaborazione intellettuale e artistica e in qualche misura la stessa esistenza dei tuoi sentimenti e delle tue sensibilità. Il mito della creatività e dell’individuo artista, crea questo doppio legame inscindibile tra testo scritto, qualità creative e qualità umane.

Non importa se un’istituzione ti ha preparatə e/o legittimatə a scrivere, se hai molta esperienza alle spalle, se la maggioranza di chi legge apprezza i tuoi testi o se si sono dimostrati efficaci in passato. Ogni volta che un testo non funziona la persona che lo ha scritto smette di essere una persona.

Perché racconto questa cosa? Innanzitutto per autocommiserarmi. In secondo luogo, per spiegare cosa intendo quando dico che scrivere è faticoso. Un senso di pressione accompagna continuamente la scrittura, un peso emotivo che ci si porta addosso ogni volta che si scrive, o peggio, che ci si immagina scrittorə.

Chi lo fa per lavoro, si trova a fare i conti con richieste che vanno ben oltre a quelle di un lavoro impiegatizio. Come tutti i “lavori creativi” e quelli che si basano sulla sintesi di altro materiale (quelli che per McKenzie Wark definiscono la “classe hacker”), anche scrivere richiede un coinvolgimento emotivo, quasi esistenziale, che parla di te e della tua identità. Quando ti riesce è solo un lavoro. Quando sbagli è un fallimento, il tuo fallimento.

Contro il mito dell’Autore

È una questione di ego? Credo che in parte lo sia. Come dicevo, viviamo in un mondo che accetta e alimenta il mito della creatività. Non penso che la creatività non esista, che il processo creativo non sia interessante e per certi aspetti anche misterioso. Intendo che il modo in cui è romanticizzato e reso un attributo che si trasferisce direttamente su chi pratica questa particolare forma di produzione, è poco sostenibile e tutto sommato anche poco verosimile.

Nell’essere una persona creativa l’aggettivo non si rivolge alle modalità del lavoro o tutt’al più al prodotto del lavoro, né allə lavoratricə. A essere creativa è la persona. E questo è un titolo che si può guadagnare (e soprattutto perdere) nell’ambito di un lavoro produttivo salariato, spesso stressante e qualche volta (voglio credere) sottopagato.

La persona creativa, quella che è creativa in ogni momento, ambiente e condizione, è evidentemente un falso. Una delle tante costruzioni figlie dell’individualismo capitalista che permeano la nostra società e il modo in cui pensiamo al lavoro (come la meritocrazia, per dirne una). È un oggetto interessante l’individualismo, specie se, come ci insegna la storia dei movimenti femministi, accettiamo che può in alcuni casi trasformarsi in uno strumento di liberazione da uno stato di discriminazione sistemica. È però l’unico strumento di liberazione a cui riesco a pensare che ha prodotto allo stesso tempo così tanto e profondo danno al soggetto e alle comunità, e così tanto e maldistribuito profitto economico.

L’individualismo è nel modo in cui pensiamo a noi stessȝ, è nel punto in cui ci insegniamo a tracciare il confine netto tra il noi e il non-noi (cosa che la biologia da anni ha messo in discussione). È una struttura del pensiero più che un pensiero, tanto che tutte le ideologie che lo mettono esplicitamente al centro fanno un po’ ridere, eppure fanno presa su un sentimento profondo e difficile da articolare. L’individualismo, così come il mito dell’Autore, è dentro di noi. Possiamo decostruirlo, possiamo criticarlo, non possiamo liberarcene dall’oggi al domani come se non fosse mai esistito.

La famosa “morte dell’Autore” io non so ancora che forma abbia. Però credo che sia necessaria al futuro in cui voglio vivere.

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