Raccontare alternative possibili

3 minuti di lettura

Ciao, sono Stefano e ho deciso di raccontare alternative possibili.

Cosa vuol dire Raccontare Alternative Possibili?

Innanzitutto vuol dire cambiare punto di vista sul mondo, o meglio ampliare lo sguardo critico che spesso abbiamo sulla realtà che ci circonda e arricchirlo di una spinta positiva, una pars costruens che dia spessore ed efficacia alle nostre critiche e che ci restituisca una direzione verso cui guardare per guardare al futuro.

Le alternative possibili sono realtà che già esistono e operano nel mondo: sono azioni, progetti, imprese, spazi, modi diversi di fare le cose. Sono esperienze che tengono insieme gruppi di persone (e non solo) guidate da un’idea di giustizia, dalla volontà di realizzare qualcosa di concreto, di prendersi la responsabilità, a volte di fare una scommessa, ma in fondo guidate da una visione, l’immagine di un’alternativa.

Torino è l’ambientazione di tutte o quasi queste storie. Alcune ti mostreranno scenari sconosciuti, altre invece piccole rivoluzioni quotidiane che sono lì a portata di mano. I veri eroi sono i luoghi fisici e le comunità che li abitano; non ci sono persone (né cose) troppo insignificanti per dare vita a un’alternativa.

 

Perché Raccontare Alternative Possibili?

Raccontare le alternative possibili ha per me un profondo valore civico. Da quando ho iniziato a partecipare ai movimenti sociali, ho avuto spesso la sensazione di una difficoltà a pensare al di fuori del presente, come se il realismo in cui siamo tutt3 immers3 avesse inibito la nostra capacità di fare patchwork prendendo ciò che di buono si trova nel mondo e usandoo come un tassello tra i molti per immaginare un futuro disordinato ma migliore.

Nella nostra vita quotidiana siamo lavorator3 e consumator3, pres3 in una rete di relazioni già previste, al di fuori delle quali ci troviamo sol3 e incapaci di pensarci come parte di una comunità. Il cinismo che spesso accompagna la nostra esperienza e comprensione del mondo finisce per mortificarci e frustrarci. Il sarcasmo e la sfiducia che performiamo nelle relazioni sono un segnale di una dinamica che, a lungo andare, ci allontana dalla sfera politica, dalla “società”, ci individualizza e ci satura emotivamente.

Per questo l’utopia è un elemento fondamentale per rendere sostenibile la politica (la politica è intesa come cercare soluzioni collettive a problemi collettivi). Coltivare la tensione all’utopia è uno degli obiettivi che (molto ambiziosamente) mi pongo, nutrendola di immagini di alternative possibili.

 

Intorno a questo progetto

Questo progetto nasce proprio da un’alternativa che a un certo punto si è resa possibile: quella di lavorare quattro ore al giorno e il resto del tempo dedicarlo al benessere, alla formazione, alle relazioni e all’attivismo.

Nell’estate del 2023, si è aperto di fronte a me uno spazio di possibilità che prima non c’era e dopo non ci sarebbe più stato. Coglierlo è stato un salto nel vuoto, abbracciare l’incertezza, ma anche affidarmi completamente alle persone che avevo intorno. Un gesto che ho potuto fare solo grazie a un grande privilegio, ma che mi ha insegnato a vedere le interconnessioni, i bisogni reciproci, ad accettare di dipendere.

Questo progetto ha a cuore i valori della collettività e dell’abbondanza (una parola particolare che ti racconterò più avanti). Trae a piene mani dall’elaborazione condivisa del giardino punk, dell’ecologia profonda e dalle visioni trasfemministe della società della cura. Dal punto di vista formale queste storie partecipano di un certo spirito Solarpunk, della forma del romanzo corale e fanno proprio il concetto di prefigurazione (o come ha scritto un intellettuale libertario un secolo fa: “è il mezzo che giustifica il fine”).

Può sembrare poco, ma il punto è solo questo: dei modi radicalmente diversi di vivere sono possibili.

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